La fatica della democrazia

Mentre la data delle elezioni regionali si avvicina, e con essa l’abituale teatrino di scelte di campo, giudizi divini e vuoto pneumatico di programmi, può essere utile pensare alle difficoltà che l’uomo più potente del mondo affronta da oltre un anno, nel tentativo di far passare la propria riforma sanitaria.

Perché Obama deve sottostare ad estenuanti negoziati con la maggioranza di Camera e Senato, che è tutto fuorché una cinghia di trasmissione della Casa Bianca, anche (e soprattutto) in caso di omogeneità con l’Amministrazione. Poi ci sono i vincoli procedurali, come la supermaggioranza senatoriale di 60 seggi, che serve ad evitare il filibustering, e da ultimo il processo di riconciliazione dei bills tra i due rami del legislativo, che fanno del presidente una sorta di spettatore interessato al processo legislativo, entro il quale può agire solo in modo indiretto e mediato. Tutto ciò, al netto delle ovvie differenze istituzionali e costituzionali, dovrebbe essere motivo di riflessione per tutti i riformatori di casa nostra, soprattutto per quelli che lamentano senza posa che l’esecutivo sarebbe “intralciato” dal parlamento, oltre che dalla presidenza della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dalla magistratura e persino dalla stampa.

Eppure non ci risulta che Obama ed il suo staff parlino di complotto ai loro danni, invocando riforme costituzionali tali da rendere necessario di ancorare saldamente al terreno la bara di Montesquieu, per impedirgli di rivoltarsi troppo. Che invece è quanto qualcuno vorrebbe accadesse in Italia: eliminare ogni parvenza di checks and balances. Un premier ed una maggioranza che sembrano colpiti da una maledizione numerica: al crescere del numero di seggi di vantaggio sull’opposizione, aumentano in parallelo le difficoltà a legiferare per riformare ed anche la sindrome da accerchiamento, con individuazione di nemici esterni ed interni. Nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi aveva la quinta colonna dell’Udc, segnatamente Follini ed il suo presunto mandante, Casini. Poi al Quirinale c’era Ciampi, che ha contribuito a mandare alla Consulta una pattuglia di altrettanti comunisti (anche se a scorrerne i nomi viene da sorridere).

In questa legislatura al Quirinale abbiamo Giorgio Napolitano, che è comunista, ed abbiamo una Consulta composta da giudici “di sinistra” per undici effettivi su quindici. Verrebbe da constatare che, poiché il lodo Alfano è stato bocciato per 9 a 6, il verbo berlusconiano pare stia facendo proseliti anche a sinistra, se non fosse che non c’è nulla da ridere. A questo giro il nemico interno è Gianfranco Fini ed il suo sparuto gruppetto di fedelissimi. Non a caso abbiamo detto “sparuto”: qualcuno si è già preso la briga di fare la conta, ed i numeri sembrano parlare forte e chiaro. Ma se le cose stanno così, quale rischio potrà mai derivare alla leadership carismatica di Berlusconi? Non è dato sapere né capire, men che meno leggendo “analisi” livorose come quelle del solito Marcello Veneziani. Uno che su Fini evidentemente argomenta “per fatto personale”, col risultato pratico di vomitare articoli, anziché scriverli, mentre si cimenta in furibonde colluttazioni con la logica, come l’accusa alla sinistra che vuole “scegliersi gli avversari”. Scordando che la stessa identica cosa accade a Berlusconi, come dimostrano le quotidiane e sempre più fruste dichiarazioni sul Pd asservito di volta in volta all’Idv, ai radicali e al re di Prussia.

Non abbiamo pretesa alcuna di spiegare al premier come governare, sia chiaro. Ma quando un leader politico, nell’ultimo decennio, potendo contare su maggioranze numericamente confortevoli (per usare un eufemismo), non riesce a fare di meglio che individuare nemici esterni, e magari finisce col dire che i magistrati “ci impediscono di parlare delle tante cose decisive che abbiamo fatto come governo”, si pone a nostro avviso un problema assai più generale e per molti aspetti non solo politico.

Anche l’annuncio di ieri del premier (dopo le elezioni faremo “la rivoluzione liberale”, con premierato, riforma della giustizia e del fisco) si iscrive a pieno titolo in questo schema di psicodramma nazional-popolare. Siamo pronti a fare la rivoluzione, ma “gli altri” ce lo impediscono. Dall’ormai tristemente celebre “lasciateci lavorare” del 1994, ad oggi, è cambiata forse la fraseologia, ma non i concetti. Ma ribadiamo, ad abundantiam: il fatto che l’elettorato italiano, finora, abbia accettato queste “giustificazioni” suona soprattutto come inequivocabile condanna del nulla programmatico che il centrosinistra è in grado di offrire. Anzi, più che del nulla, del danno che il centrosinistra riesce sistematicamente ad infliggere al paese, ogni volta che ha l’opportunità di arrivare a governarlo.

Alla fine, gli italiani che votano per Berlusconi non possono essere considerati stupidi: stanno semplicemente minimizzando il danno. Ma nella congiuntura attuale, dove occorrerebbe alzare l’asticella e guardare anche a quello che accade fuori dai nostri confini, questa minimizzazione del danno non farà altro che produrre un gioco a somma minore di zero, di cui si percepiscono crescenti sintomi. E’ proprio questo il dramma italiano: la “scelta di campo” appare in realtà una scelta tra modalità alternative di suicidio.

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