Crollo al rallentatore

A conferma del fatto che dovremo abituarci a docce scozzesi sul futuro di Eurolandia, in cui a fasi di inspiegabile ottimismo si succedono momenti di cupezza e pesanti “headline risk“, ieri abbiamo avuto alcuni rumours e boatos sul conto della Spagna, corredati da numeri maledettamente autentici. Andiamo con ordine.

I numeri sono relativi alla progressiva chiusura dei mercati dei capitali a banche ed imprese spagnole. Un dato su tutti, a testim0nianza di uno squilibrio crescente: la Spagna ha il 9 per cento del capitale della Bce, le sue banche rappresentano il 16,5 per cento dell’indebitamento diretto con l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet, con un incremento del 26,5 per cento su maggio.

Gli altri numeri li ha dati ieri la Banca dei Regolamenti Internazionali nella Quarterly Review di giugno. Da cui si evince che l’esposizione del settore bancario dell’eurozona verso la Spagna è di 602 miliardi di euro, mentre quella verso Grecia, Portogallo e Irlanda ammonta cumulativamente a 705 miliardi:  per la cronaca, l’esposizione delle banche italiane nei confronti della Spagna è futilmente virtuosa (data la certezza di contagio), ed inferiore ai 50 miliardi di dollari.
Nei 602 miliardi totali rientrano i prestiti concessi dalle banche della zona euro al settore pubblico e a quello privato, imprenditoriale e finanziario. Tra le banche più esposte alla Spagna vi sono quelle francesi (206 miliardi) seguite dalle tedesche (167 mld) e – a differenza di quel che succede in Grecia, Portogallo e Irlanda – anche quelle statunitensi, con crediti per 140 miliardi, maggiori di quelli concessi dal settore bancario britannico (115 miliardi). In totale, l’esposizione ai quattro paesi più colpiti dalla pressione dei mercati – Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna – si concentra per un 61% nei paesi dell’eurozona, in che rende pressoché certo il contagio in caso di default di uno dei quattro. In breve, un caso di autointossicazione, plasticamente riassunto dagli acquisti di titoli governativi del Club Med da parte della Bce.

E’ assai poco casuale che il ciarliero boss di Deutsche Bank, Josef Ackermann (quello che prima si dice pronto a continuare a prestare alla Grecia, solo per darla praticamente per spacciata un paio di giorni dopo), abbia liquidato con terrore la sola ipotesi che anche in Europa possano essere condotti stress test bancari come quelli (peraltro piuttosto farseschi) realizzati lo scorso anno da Timothy Geithner negli Stati Uniti.

Il rumour è quello relativo alla possibilità che la Spagna possa a breve chiedere l’accesso al veicolo speciale creato il mese scorso dalla Ue, smentita dalla Commissione come “pura speculazione giornalistica”. Sarà, ma la Spagna è sempre più sul ciglio del burrone, come qui vi segnaliamo da tempo immemore.

Nel frattempo, oggi la stampa greca è tutta un florilegio di tesi cospirazionistiche contro Moody’s, che ieri ha preso atto, con grave ritardo, che Atene è liquida (grazie all’azione congiunta di Ue e FMI) ma insolvente, e l’ha quindi declassata a junk. I giornali greci, dando prova di doti analitiche pari solo allo scalcagnato nazionalismo del paese, parlano di “gioco sporco” e “provocazione” dell’agenzia americana, ricordando che la medesima è controllata da Warren Buffett. Non è chiaro che c’entri questa considerazione, visto che Moody’s sta costando molto cara all'”Oracolo di Omaha”. Questo del “nemico esterno” è un ulteriore elemento di similitudine tra Grecia e Italia. Altra somiglianza piuttosto sinistra è il fatto che Moody’s abbia segnalato tra i maggiori rischi per i conti greci la situazione assai problematica della finanza pubblica locale.

Come che sia, ribadiamo il concetto: è molto difficile anche solo immaginare una via d’uscita non traumatica dal buco nero in cui l’Europa si è ficcata, figuriamoci implementarla in azioni concrete.

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