Francia: pensioni, lattine e comitati

Come forse ricorderete, tempo addietro vi ho segnalato che la Francia ha una ricca tradizione di acronimi istituzionali, cioè di creazione di comitati e commissioni che servono non è chiaro a cosa se non a produrre ponderose ricerche, “avvisi” e raccomandazioni a governo e parlamento. Dopo di che, ossequi alla signora.

Tra questi acronimi c’è il CSR, Comité de Suivi des Retraites, comitato di monitoraggio delle pensioni, istituito nel 2014 presso l’ufficio del primo ministro e composto da cinque membri tecnici, che ogni anno entro il 15 luglio emette un “avviso” sullo stato del sistema previdenziale.

L’avviso di quest’anno lascia poco spazio alle interpretazioni: le prospettive finanziarie del sistema sono preoccupanti nel medio termine e allarmanti nel lungo periodo. Il documento si basa su nuove proiezioni del Conseil d’orientation des retraites (COR), composto da esponenti di politica e parti sociali, che elabora annualmente uno scenario basato su ipotesi demografiche aggiornate. Se pensate che i due organismi potrebbero diventare uno solo, siamo con voi. Questo avverrà quando la disperazione sui conti pubblici porterà all’unificazione, che verrà chiamata revisione di spesa e preannuncerà un luminoso futuro per la comunità nazionale francese.

Demografia e stagnazione

La principale novità delle proiezioni 2026 è demografica. L’INSEE ha abbassato l’ipotesi di fecondità di lungo periodo da 1,8 a 1,45 figli per donna, pur raddoppiando quasi il saldo migratorio atteso, da 70.000 a 150.000 persone l’anno. Per il CSR è soprattutto la revisione della natalità a cambiare il quadro: dalla metà degli anni Quaranta il minor numero di nuovi lavoratori farà crescere il peso delle pensioni sul PIL, più della pur lieve revisione dell’aspettativa di vita.

Dal lato economico, le ipotesi cambiano poco. Il COR prevede una crescita della produttività pari allo 0,7% e un tasso di disoccupazione del 7%. Tuttavia, il contesto congiunturale è peggiorato con il governo francese che ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2026, rappresentando un rischio per le entrate contributive. Si aggiunge l’incertezza sugli effetti dell’intelligenza artificiale sulla produttività e sull’occupazione, ma il Comitato ritiene prematuro incorporare questi effetti nelle simulazioni.

Con queste ipotesi il sistema pensionistico rimarrebbe in deficit per tutto l’orizzonte delle proiezioni. Il disavanzo, pari a circa lo 0,2% del PIL nel 2025, arriverebbe all’1,2% nel 2050 e al 2,4% nel 2070. Le spese pensionistiche, oggi pari a circa il 14% del PIL, rimarrebbero relativamente stabili fino alla metà degli anni Quaranta per poi tornare a crescere, raggiungendo il 15,3% del PIL nel 2070.. Parallelamente, le entrate contributive diminuirebbero gradualmente in rapporto al PIL (dal 13,9% del 2025 al 12,9% nel 2070), ampliando progressivamente il divario tra risorse e spese.

Il CSR sottolinea però che parlare del sistema pensionistico nel suo complesso rischia di nascondere squilibri molto diversi tra i vari regimi. Il caso più critico è quello del regime generale, che copre la maggior parte dei lavoratori del settore privato e che senza nuovi interventi registrerebbe un deficit medio di circa 0,6% del PIL all’anno nei prossimi venticinque anni. Per questo motivo il Comitato chiede che il dibattito pubblico analizzi separatamente i principali regimi pensionistici, invece di limitarsi ai dati aggregati.

Immigrazione non panacea

Uno degli aspetti più interessanti del rapporto riguarda il ruolo dell’immigrazione. Le nuove proiezioni dell’INSEE ipotizzano un saldo migratorio netto di circa 150.000 persone l’anno, più del doppio rispetto alle ipotesi precedenti. Ciò migliora sensibilmente la sostenibilità del sistema, poiché aumenta il numero dei potenziali contribuenti. Tuttavia il CSR osserva che le simulazioni assumono implicitamente che gli immigrati abbiano gli stessi tassi di occupazione della popolazione residente a parità di età e sesso, mentre le statistiche mostrano differenze significative sia nei tassi di occupazione sia nei livelli salariali. Per questo il Comitato chiede che le future simulazioni tengano maggiormente conto di queste caratteristiche, soprattutto se il saldo migratorio continuerà a rappresentare una delle principali variabili di riequilibrio del sistema.

Questo è un punto molto importante perché segnala che, quando si quantificano gli effetti economici dell’immigrazione, il diavolo sta nelle ipotesi. Il CSR non contesta che una maggiore immigrazione possa contribuire alla sostenibilità del sistema pensionistico. Sostiene però che l’entità di questo contributo dipende in misura decisiva dall’effettivo inserimento lavorativo degli immigrati, e che proprio per questo le ipotesi sul tasso di occupazione dovrebbero essere rese più trasparenti e sottoposte ad analisi di sensibilità. È una richiesta di maggiore robustezza metodologica, non una presa di posizione sulla politica migratoria.

Indicatore (2024)ImmigratiPopolazione senza ascendenza migratoria
Tasso di occupazione58,3%71,5%
Salario medio Inferiore di circa 11%

Fonte: INSEE, dati richiamati dal CSR.

Il rapporto difende inoltre la riforma delle pensioni del 2023, che ha innalzato progressivamente l’età pensionabile. Il costo della sospensione temporanea della sua applicazione, decisa nel 2026 dal governo Lécornu per riuscire a portare a casa una legge di bilancio che neppure scalfisce l’entità di deficit e debito, è stimato in circa 13 miliardi di euro di maggiore debito cumulato tra il 2026 e il 2033. Il CSR avverte che qualsiasi ulteriore passo indietro aggraverebbe ulteriormente una situazione già giudicata insostenibile.

La raccomandazione politicamente più rilevante riguarda però la rivalutazione delle pensioni. Il Comitato ripropone integralmente la proposta avanzata già nel 2025: rivalutare le pensioni meno dell’inflazione per un ammontare complessivo di almeno due punti percentuali entro il 2030. Non esattamente macelleria sociale, se debbo dire la mia. Secondo le sue simulazioni, una misura di questo tipo consentirebbe di riportare il sistema in equilibrio già alla fine del decennio.

Pochi sanno che, quando il governo offrì la sospensione della riforma, calciando la lattina verso il prossimo inquilino/a dell’Eliseo, nel progetto di legge di bilancio furono inserite delle salvaguardie che puntavano a raffreddare l’indicizzazione delle pensioni per coprire i costi del rinvio. Indovinate che ne è stato, di quegli emendamenti? Cassati.

Aumentare i contributi? Fermatevi

Il CSR esclude l’ipotesi di aumentare i contributi previdenziali. Il rapporto ricorda che il livello dei contributi sociali in Francia è già tra i più elevati dell’OCSE e che ulteriori aumenti avrebbero effetti negativi sulla competitività, sull’occupazione e sulla crescita economica.

Più in generale, il documento sostiene che la leva più efficace per garantire la sostenibilità del sistema rimanga l’aumento del tasso di occupazione dei lavoratori anziani e il progressivo innalzamento dell’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro. Secondo gli studi richiamati dal CSR, questa è l’unica misura capace di produrre contemporaneamente effetti favorevoli sulla crescita economica, sull’occupazione e sui conti pubblici.

Infine, il rapporto dedica ampio spazio alla governance del sistema pensionistico. Il Comitato propone l’introduzione di una vera e propria “regola aurea” che imponga il mantenimento dell’equilibrio finanziario, con meccanismi automatici di correzione qualora il sistema si discosti dagli obiettivi. Osserviamo che il sistema previdenziale francese non ha ancora raggiunto l’assetto contributivo: ci arriverà per insostenibilità ma a quel punto, se la rivalutazione del montante contributivo dovesse essere da fame, come accade di qua delle Alpi, sbocceranno mille demagoghi e altrettanti comunisti a chiedere patrimoniali e tasse sugli extraprofitti. Ah, quasi scordavo: e separare la previdenza dall’assistenza, ça va sans dire!

Viene inoltre suggerita l’istituzione di un comitato di allerta indipendente (voilà, nuovo acronimo) e l’adozione, da parte del Parlamento, di una traiettoria di riferimento per l’aumento dell’età effettiva di pensionamento. Lo vedete, qui, il cammino verso i 70 anni?

Nel frattempo, Emmanuel Macron percorre il viale del tramonto e nomina una commissione di quattro esperti (altro acronimo in arrivo) che entro fine anno dovranno lavorare su scenari per “rifondare il finanziamento” del sistema di protezione sociale, assicurandone “l’efficacia e la sostenibilità” e “illuminare il dibattito pubblico” sull'”equilibrio tra competitività, potere d’acquisto e finanziamento dei bisogni”, considerando l'”equità intergenerazionale” e le disuguaglianze. Vaste programme.

In due pagine, Macron pone le basi di un’equazione già ampiamente nota, ma qualificata come “problematica esistenziale”. Diversi strumenti sono utilizzabili ma potrebbero avere effetti sfavorevoli sulle finanze delle famiglie o delle imprese. Ad esempio, aumentare la quota della cosiddetta Iva sociale, quella destinata appunto al finanziamento del welfare.

Calciare lattina e comitati

Che dire e ribadire? Intanto che, se nel mondo anglosassone è nato il modo di dire “calciare la lattina”, in Francia si dovrebbe dire “calciare la commissione e il comitato”. Poi, come vi segnalo riguardo al caso del precursore italiano, nella massa delle pensioni in essere si nasconde il vero maxi-tesoretto dei paesi declinanti europei: basta deindicizzare, e il denaro sgorga copioso. Questo però tende ad accadere solo in eventi di emergenza acuta, e i francesi una situazione del genere non l’hanno (ancora) vissuta.

Ve lo dico in altri termini: la deindicizzazione dell’Everest della spesa pensionistica è una sorta di “rompere il vetro in caso di emergenza”, non qualcosa a cui si può attingere in “tempo di pace” per costruirci sopra tanti bei progettini da ottimati della razionalità e dell’ovvio. Perché così sono buoni tutti, anche quelli che avevano un meraviglioso piano per uscire dall’euro durante un weekend e senza una piega alla camicia.

Tornando alla Francia, il suo piano inclinato potrebbe diventare una botola spalancata quando i mercati diranno stop. Seguiremo lo psicodramma della prossima legge di bilancio. A proposito: sui media francesi, sempre più cugini, a luglio è già una fioritura di previsioni di “autunno caldo”, come scrivono i nostri da una trentina d’anni, quando devono chiudere le pagine. Aria di famiglia.

Per tutto il resto, ci saranno le prossime elezioni presidenziali. Preparate il popcorn e i rifugi. Qualcuno dovrà andare incontro a un processo di mélonisation, se non vorrà guai seri. Ma i francesi, si sa, s’incazzano.

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