Dove frena la crescita italiana

Su lavoce.info, il professor Francesco Daveri mette a confronto i due ultimi anni di ripresa dell’economia italiana, il 2009 ed il 2006, esaminando le variazioni dei componenti del Pil rispetto all’anno precedente, per tentare di trarre inferenze sull’evoluzione della nostra economia, in senso qualitativo e (soprattutto) di magnitudine, per capire cosa ci frena. Un metodo quick and dirty ma efficace per ipotizzare alcune diagnosi.

A livello di disaggregazione, le due voci di Pil che hanno avuto andamento simile nei due anni considerati sono export ed investimenti totali. La cosa non stupisce, visto che si tratta delle due componenti che abitualmente trainano l’uscita dalle recessioni, soprattutto per un’economia di trasformazione come quella italiana. Le differenze si trovano nella componente dell’investimento riferita alle costruzioni, ancora negativo nel 2009; nel dimezzamento del contributo dei consumi privati, figlio della persistente stagnazione e sclerotizzazione del mercato del lavoro italiano; nel contributo negativo della spesa pubblica alla ripresa del 2010, elemento non negativo pur se reso necessario dalle condizioni di crescente ristrettezza fiscale del nostro paese.

Un dato merita approfondimenti, anche prospettici: la ripresa del 2009 ha indotto una ripresa dell’import ben più sostenuta di quella del 2006. Premesso che il prezzo in euro del greggio, nel 2006, non era mediamente differente da quello registrato nel 2009, l’ipotesi di Daveri è che ci troviamo di fronte ad un dualismo entro la filiera produttiva italiana. Le aziende orientate all’export riescono ancora a conseguire risultati lusinghieri, ma sempre più spesso si affidano a fornitori stranieri, per ovviare alla perdita di competitività di quelli domestici. Scrive Daveri:

«Per crescere esportando bisogna anche importare di più: nel 2010 ciò avviene molto di più che nel 2006. Forse è un segno del rapido processo di modernizzazione dell’economia italiana che sta diventando sempre più globale e sempre più coinvolta in processi di delocalizzazione. Ma è anche un segno della perdita di competitività dei fornitori di servizi locali e dei terzisti manifatturieri che hanno sempre sostenuto le grandi imprese che competevano sui mercati internazionali. I dati sembrano indicare che oggi le grandi imprese, per riuscire a essere vincenti, si rivolgono più spesso a fornitori esteri»

Questa ipotesi andrebbe ulteriormente indagata. Se confermata, metterebbe una pesante ipoteca sullo sviluppo dell’occupazione, che peraltro deve confrontarsi con un quadro istituzionale del mercato del lavoro ancora molto arretrato ed inadeguato a gestire la sfida della globalizzazione nel post-crisi.

Come che sia, il dato di sintesi resta quello di una crescita del tutto insufficiente e che ci pone a rischio di una nuova manovra correttiva, che potrebbe arrivare in primavera.

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