Macromonitor – 21/3/2011

Le asset class più rischiose proseguono la discesa, mentre le obbligazioni rimbalzano sulla scorta della paura per il meltdown nucleare del reattore di Fukushima.

La corrente di vendite ha spinto i prezzi azionari il 6 per cento sotto il picco ciclico segnato il mese scorso, confermando che è in atto una correzione. Ciò solleva la questione di quanto profondo e duraturo potrà essere tale movimento, e se esso riuscirà a porre fine al rally in corso da due anni. La risposta dipende da quanto lo shock gemello (petrolifero e sismico in Giappone) deprimerà crescita ed utili, da fiducia e posizioni degli investitori, e da quanto il Giappone sarà costretto a liquidare per finanziare la ricostruzione.

Riguardo la crescita, l’effetto depressivo sul secondo trimestre degli eventi giapponesi pare scontato, ma dovrebbe essere compensato dalla ricostruzione a partire dal secondo semestre. Le incognite sono relative soprattutto a colli di bottiglia nella catena globale di fornitura, visto che l’export giapponese rappresenta il 13 per cento dell’import cinese ed il 12 per cento della regione ASEAN.

Ad oggi, il rischio di liquidazione degli attivi giapponesi sembra circoscritto sulle valute a maggiore rendimento. Nel 1995, dopo il sisma di Kobe, gli assicuratori giapponesi dovettero rimpatriare tra il 7 ed il 10 per cento dei loro attivi esteri, che a valori odierni rappresenterebbe un importo compreso tra 60 e 70 miliardi di dollari. Ulteriore elemento di incertezza verrà dall’inizio delle operazioni militari in Libia da parte di una coalizione internazionale che si muove sotto la formale copertura della risoluzione 1973 dell’Onu. Tutto il quadrante della regione MENA (Middle East North Africa) resta a forte rischio di sommovimenti.

Sul mercato del reddito fisso, una settimana turbolenta ha visto un ampio rally obbligazionario in risposta alla tragedia giapponese, che riflette sia timori per l’esito ultimo dell’incidente che per le implicazioni sulla crescita globale. I titoli di stato giapponesi hanno partecipato al rialzo, malgrado l’allargamento dei credit default swap del paese.

I mercati monetari hanno cominciato a ridurre la probabilità di un ciclo restrittivo di politica monetaria. I paesi periferici dell’euro hanno beneficiato dell’accordo dell’11 marzo, che crea un percorso di apparente sostenibilità senza ristrutturazione del debito stabilendo il principio che i termini per il supporto di liquidità possono essere alleviati nel corso del tempo. Restano tuttavia incertezze sullo status di seniority sul debito sovrano nazionale del futuro European Stability Mechanism (ESM).

Il mercato azionario ha visto una settimana di forti ribassi, sui timori di catastrofe nucleare in Giappone, ma al termine della settimana si è verificato un rimbalzo. Da inizio anno l’indice Morgan Stanley World è in territorio negativo per circa l’1 per cento, in valuta locale. Anche se le condizioni tecniche di breve sono diventate più favorevoli dopo la correzione, l’incertezza legata alla situazione giapponese, la continua crisi nella regione MENA (soprattutto dopo l’inizio delle operazioni contro il regime libico) ed il deterioramento negli indicatori di sopresa positiva sui dati macroeconomici suggeriscono cautela.

Sul mercato dei crediti, gli spread si sono allargati anche nella settimana appena conclusa, con  l’eccezione dell’investment grade dell’area euro, rimasto stabile.

Sul mercato dei cambi la settimana ha visto il crollo del cross dollaro-yen ai minimi storici di tutti i tempi, poi corretto dall’intervento concertato del G7, che si impegna ad evitare la volatilità eccessiva ma che ben poco potrà in ipotesi di flussi di rimpatrio e di chiusura di posizioni di carry trade; al momento non vi è infatti alcun impegno del G7 ad un rovesciamento di trend, che richiederebbe strette monetarie concertate negli Stati Uniti ed in Europa, ed un’espansione in Giappone. Oggi la maggiore minaccia allo yen è rappresentata dall’eventuale erosione del surplus commerciale giapponese, dopo il sisma. Sul piano fiscale, anche un’eventuale monetizzazione della ricostruzione da parte della Bank of Japan per 100 miliardi di dollari sarebbe nel complesso importo esiguo rispetto all’easing quantitativo attuato dalla Fed ed all’entità del Pil giapponese.

Riguardo le materie prime, il Giappone ha perso circa il 6 per cento della propria capacità di generazione. Ciò si è tradotto in blackout a scacchiera a Tokyo e nel nord del paese. Anche se l’est appare non coinvolto, la limitata capacità di trasferimento di energia suggerisce un maggior ricorso ad olio combustibile e gas naturale liquefatto. Di quest’ultimo vi è abbondanza sui mercati globali. Il Giappone dovrà inoltre importare anche diesel, vista la messa fuori produzione di alcune proprie raffinerie.

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