Alla sorgente della demagogia

Su noiseFromAmerika, Sandro Brusco segnala l’endorsement al si sui due referendum “idrici” (non si può dire “sull’acqua pubblica”, visto che l’acqua è e resterà tale) da parte di Padre Alex Zanotelli, il celeberrimo missionario comboniano e, più in generale, da parte delle gerarchie ecclesiastiche. L’obiettivo è quello di sottrarre l’acqua ad una “logica economica” (sic).

Come ricorda Brusco,

«Allora, giusto per ricordare ciò che è ovvio. Se un bene è economico o meno non è determinato dalle sue qualità simboliche o da quanto sia importante per la sopravvivenza. Un bene è economico se è scarso, e quindi esiste il problema di come allocarlo. Quindi, piaccia o meno e indipendentemente dalla sua origine o meno come dono divino, l’acqua è un bene economico. Come sono beni economici il cibo (o ”il pane”, giusto per evocare altri simboli), i vestiti, l’abitazione e tanti altri senza i quali l’esistenza non sarebbe possibile»

Infatti. Piacerebbe a tutti svegliarsi un mattino senza doversi scervellare sulle modalità di allocazione di risorse scarse come sono tutte quelle che ci circondano e che condizionano la nostra esistenza quotidiana, ma sfortunatamente non è così. E peraltro, è di palmare evidenza che l’acqua non è un bene pubblico, perché non possiede le caratteristiche di non-rivalità e non-escludibilità dal consumo, mentre certamente occorre che la sua distribuzione rappresenti un servizio pubblico ed universale. La notizia è che un servizio pubblico può essere svolto anche da privati, con opportune modalità di assegnazione e controllo.

Per Zanotelli e tutti quelli che vogliono che la gestione della distribuzione resti in mano al pubblico, abbiamo un quesito assai poco solenne: da che parte devono uscire i quattrini (ahimé, serve anche lo sterco del demonio, a volte) per ammodernare e sviluppare le reti idriche, riducendo quel tasso di dispersione che grida vendetta davanti a Dio ed agli uomini? Interamente dagli enti locali, se vincessero i si. Ma gli investimenti costano, anche nel pubblico, ed occorre remunerarli. Alla fine, ci troveremmo con enti locali che decidono in house i lavori da eseguire, ed il loro costo finirebbe a pié di lista, abbattendosi come una piaga biblica sulle tasche dei fedeli che hanno preteso che la distribuzione restasse pubblica.

Alla fine, questo costo prenderebbe la strada diretta di tariffe dell’acqua più alte o quella indiretta di aumento della pressione fiscale locale. Quest’ultimo nella forma più subdola del ridimensionamento delle funzioni di welfare dell’ente locale, divorate da costi della gestione idrica gonfiati non solo dal costo del capitale necessario per realizzare gli investimenti, ma anche dal costo del personale di municipalizzate gonfiate da clientelismi e sprechi. Con buona pace di padre Zanotelli. Ecco perché spot come quello che vedete qui sotto, che si battono per impedire con il si la messa a gara della gestione della distribuzione, pena l’aumento delle tariffe dell’acqua, sono profondamente fuorvianti ed intellettualmente disonesti, per tacere del picco glicemico causato dall’iconica immagine della bimba serena.

Ribadiamolo: ben diverso è il caso di una tariffa dell’acqua che rifletta la remunerazione degli investimenti necessari alla sua acquisizione e conservazione, ed interventi economici “a valle”, sotto forma di contributi e sussidi ai soggetti in condizioni di disagio economico. Avviene già con luce e gas, cioè con altre utilities, non meno simboliche.

In attesa, come scrive Sandro, che qualcuno proponga (per coerenza evangelica) di nazionalizzare la produzione del pane, non si può non constatare che l’ignoranza economica, madre di ogni demagogia, è la piaga biblica che il Signore ha deciso di infliggere a questo disgraziato paese.

Lettura complementare fortemente consigliata: le riflessioni (citate da Brusco nel suo post) di Luigi Marattin, economista ed assessore al Bilancio al Comune di Ferrara. Quando la sinistra usa la testa.

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