Acqua, un bene pubblico anche con due no al referendum

All’approssimarsi della data di due tra i quesiti referendari più emotivamente caratterizzati ed altrettanto fuorvianti della recente storia italiana, una opportuna riflessione di Franco Debenedetti sul tema. Per la serie conoscere per deliberare, impresa ormai disperata in questo paese.

Come è (forse) noto, i due quesiti referendari riguardano essenzialmente la gestione della rete idrica e la tariffa dell’acqua. Nel primo caso, il comitato promotore intende abrogare l’articolo 23 bis della legge 233/2008, che “stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%“. Osserva Debenedetti che il problema che abbiamo di fronte non riguarda l’assetto proprietario dell’acqua (che restrebbe pubblico), bensì i criteri per l’assegnazione delle gare di appalto per ammodernare e sviluppare le reti, ponendo tra l’altro fine all’indecente fenomeno della dispersione, stimata in media al 30 per cento ma che in alcune realtà è ben superiore. Sostituire l’appalto in house da parte dell’ente locale con una regolare procedura di messa a gara serve a contenere quei fenomeni di socialismo municipale che tanto hanno contribuito, sinora, a sottrarre efficienza al sistema economico.

Riguardo le tariffe, oggetto del secondo referendum, il “rischio” evidente è quello di un aumento vertiginoso delle stesse, per finanziare i nuovi investimenti. Per questo motivo, i proponenti del referendum intendono eliminare il comma del cosiddetto “codice dell’ambiente” che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Se vincessero i si, per tradurre, il costo degli investimenti finirebbe a carico della fiscalità generale, con effetti ulteriormente depressivi sull’economia dati dal fatto che nei prossimi anni nel settore idrico serviranno, come detto, enormi esborsi.

Sostiene Franco Debenedetti, una delle menti più lucide prodotte dalla sinistra italiana (ammesso e non concesso che la sinistra lo consideri un proprio “prodotto”):

«L’uno-due dei referendari è micidiale: col quesito numero uno vogliono che le opere pubbliche vengano pagate a piè di lista, con il quesito numero due vogliono che la gente non sappia neppure quanto questo le costa. Certamente esisteranno anche fasce di indigenza tali da non poter pagare neanche l’acqua per bere e per lavarsi – anche se in tal caso gli interventi per sopperire alle loro necessità e soprattutto per aiutarli a uscire dalla situazione di povertà dovrebbero essere ben più radicali e mirati -; ma come qualificare chi sfrutta questa indigenza per beneficiare anche chi l’acqua la usa per fontane e piscine, oppure per usi industriali? Perché costoro non debbono pagare l’acqua al prezzo giusto? I prezzi sono uno strumento per l’efficiente allocazione delle risorse, in particolare per decidere gli investimenti. Perché l’acqua deve stare fuori dal sistema dei prezzi?»

Già, perché? Eppure, sarebbe sufficiente lavorare su un welfare realmente dei bisogni, stabilendo esenzioni e sussidi a beneficio di chi è realmente in condizione di disagio economico, e porre a carico della fiscalità generale solo quella parte dell’intervento. L’obiezione più ricorrente all’eliminazione della riserva in house è che l’intervento del privato non è garanzia di efficienza, soprattutto in un paese come il nostro, dove connivenze tra appaltatori e committenti pubblici sono parte integrante del paesaggio. Ma identica obiezione può essere sollevata per l’esecuzione del servizio da parte dell’ente locale, in condizioni di splendida solitudine e di determinazione fantasiosa dei relativi costi. Insomma, serve comunque l’affermazione di una cultura del controllo da parte dei cittadini, che dovrebbe già esistere ma che auspicabilmente si rafforzerà con l’affermazione dell’idea federalista (anche se siamo destinati ad avere un federalismo “alla padana”, cioè molto italiano e gabelliere). Diversamente, i termini della questione non risiederebbero nella dicotomia tra statalisti e liberisti ma nel trasversale dualismo tra guardie e ladri, ed abbiamo non da oggi il sospetto che sia proprio questo il vero problema italiano.

Per questo dobbiamo convincerci che l’acqua è e resta un bene pubblico, anche votando due no al referendum.

Chi volesse approfondire non solo e non tanto da un versante “liberista” (orrore!), quanto da un angolo visuale differente da quello di chi argomenta che bisogna votare si ai due referendum “perché ognuno di noi è fatto al 70 per cento di acqua“, probabilmente nella vana attesa di argomentazioni più strutturate, può recuperare il volume “Acqua in vendita?” di Fredrik Segerfeldt, prefato da Oscar Giannino ed edito da IBL Libri. Se poi vi sentite particolarmente missionari ed intendete disseminare la conoscenza dell’argomento sappiate che, per acquisti di almeno 10 copie, avrete uno sconto del 40 per cento sul prezzo di copertina.

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