Qualcuno informi Forte e Fortis

”Il sistema Italia appare vulnerabile, e più  vulnerabile di qualche anno fa”. Lo ha detto il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, presentando il rapporto annuale dell’istituto alla Camera dei deputati, alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

«E’ anche evidente che per fronteggiare le recenti difficoltà l’economia e la società italiana hanno eroso molte delle riserve disponibili” ha sottolineato. “Ad esempio, le famiglie – ha aggiunto Giovannini – hanno ridotto drasticamente il tasso di risparmio per sostenere il loro tenore di vita e i vincoli di finanza pubblica rendono minimi gli spazi di manovra della politica fiscale»

Ma come, gli italiani non erano quelli il cui risparmio ed il cui stock di ricchezza erano posti a roccioso presidio della sostenibilità del debito pubblico?

Le famiglie italiane, per salvaguardare il livello dei consumi, hanno progressivamente eroso il loro tasso di risparmio, “sceso per la prima volta al di sotto di quello delle altre grandi economie dell’Uem”, prosegue il rapporto Istat. Dove, inoltre, si sottolinea che lo scorso anno la propensione al risparmio delle famiglie si è attestata al 9,1%, ”il valore più basso dal 1990″.

La recessione, da un punto di vista puramente tecnico, è finita. L’Italia è uscita dalla fase recessiva dell’economia, grazie ad una ripresa che va avanti dall’aprile 2009. Tuttavia, dal punto di vista sociale si fanno sentire le conseguenze evidenti sul mondo del lavoro con un meccanismo di trasmissione a catena che investe le condizioni economiche e sociali delle famiglie. E’ quanto sottolineano i tecnici dell’Istat presentando il rapporto annuale 2010. L’Italia, affermano, ”ha colto la ripresa anche se in maniera lenta, ovvero meno veloce rispetto a quella degli altri Paesi”

Sempre secondo il rapporto, inoltre, in Italia “la crisi ha portato indietro le lancette della crescita di ben 35 trimestri, quasi dieci anni” e l’attuale “moderata ripresa” ne ha fatti recuperare 13. Nel decennio 2001-2010 l’Italia “ha realizzato la performance di crescita peggiore tra tutti i Paesi dell’Unione europea, con un tasso medio annuo di appena lo 0,2% contro l’1,3% registrato dall’Ue e l’1,1% dell’Uem”.

L’Istat rileva in particolare negli anni “un graduale scollamento della performance italiana rispetto alle altre maggiori economie dell’Unione che è divenuto più evidente nella fase di ripresa 2006-2007 e si è aggravato con la crisi”.
Inoltre, si legge ancora nel rapporto, “per la sua vocazione produttiva e gli scarsi margini di manovra della finanza pubblica il nostro Paese ha subito la crisi in maniera comparativamente forte e stentato nella successiva ripresa: nel 2010 il livello del pil è risultato ancora inferiore di 5,3 punti percentuali rispetto a quello raggiunto nel 2007, mentre il divario da colmare è del 3,7% nel Regno Unito, del 3% in Spagna e di appena lo 0,8% e lo 0,3% in Francia e in Germania”

Tracciando il bilancio della crisi, i tecnici dell’Istat spiegano che “lo stock delle imprese si è ridotto di 43 mila unità, per 363 mila addetti”. Tornando ad oggi, aggiungono con riferimento agli ultimi dati sul Pil, “la crescita nel primo trimestre è ancora molto lenta” e “in generale si riapre il divario con l’Europa”. Anche per quanto riguarda la produttività del lavoro il recupero non basta a riconquistare il terreno perso, “siamo ai livelli del 2000”, avvertono i tecnici dell’Istituto.

Inoltre, il rapporto fa notare che “il principale fattore trainante per la ripresa è stata la domanda estera, che comunque era anche stata la componente che aveva guidato la caduta nel corso della recessione”. Tuttavia, si legge nel volume, “dopo aver agito da traino nella fase di recupero dell’attività industriale, la componete estera della domanda ha però assunto nel periodo più recente un ruolo frenante: il fatturato realizzato sui mercato esteri, che era in fortissima crescita sino al terzo trimestre, ha registrato nel quarto trimestre del 2010 e ancora all’inizio del 2011 un’evoluzione assai modesta, mentre quello relativo alla componente nazionale ha mantenuto una dinamica più moderata, ma persistentemente positiva”.

Guardando sempre all’estero, i tecnici dell’Istat evidenziano che ”le piccole e medie imprese hanno reagito meglio sia nella fase recessiva che, e soprattutto, in quella espansiva, mostrando la capacità di riposizionarsi sui mercati internazionali. Mentre le grandi imprese rappresentano il segmento piu’ in difficolta’ specialmente nei mercati europei”.

”In Italia l’impatto della crisi sull’occupazione è stato pesante. Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unita”’. I più colpiti sono stati i giovani tra i 15 e i 29 anni, fascia d’età in cui si registrano 501 mila occupati in meno.

Voi, nel frattempo, resistete. Alcuni ministeri potrebbero essere decentrati, grazie al magico federalismo.

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