Il post mortem della non crescita italiana

Su lavoce.info, il professor Francesco Daveri spiega alcuni misteri della non-crescita italiana, confuta alcune tesi bizzarre dei soliti noti, e trova elementi a conferma della tesi di una progressiva perdita di competitività esterna del sistema italiano delle imprese.

Si parte con il dato definitivo disaggregato del Pil del primo trimestre, che come noto ha fatto segnare un incremento di solo lo 0,1 per cento. Come forse ricorderete, una delle bislacche tesi dei nostri “illustri e stimati” esegeti è quella della stretta fiscale risanatrice che frenerebbe il vigore congiunturale. E fin qui potremmo anche crederci, visto che la nota identità contabile del Pil recita Y = C+ I + G + NX, dove C sono i consumi, I gli investimenti, G la spesa pubblica e NX il commercio estero netto. Orbene, nel primo trimestre i consumi hanno contribuito per lo 0,1 per cento alla crescita del Pil, gli investimenti per lo 0,2 e (udite, udite) la spesa pubblica per ben lo 0,5 per cento. Non sappiamo come e perché ciò sia accaduto, forse si tratta di aggiustamenti statistici o di flussi di spesa “rilasciata” da precedenti periodi.

Quello che ci interessa è evidenziare che, nel trimestre in cui è apparso drammaticamente chiaro che l’economia italiana cresce meno di quelle con cui si confronta, la componente di Pil riferita alla spesa pubblica non ha sottratto crescita, ma vi ha contribuito. Con buona pace delle tesi che sostengono il contrario, sostenute dall’ormai immancabile Marco Fortis nei suoi inflazionati editoriali su metà dei quotidiani italiani. Andiamo oltre, e cerchiamo di capire cosa è accaduto al commercio estero netto, il saldo tra export ed import.

Come scrive Daveri,

«Ma per l’Italia c’è di più: la ripresa 2010-11 ha fatto ripartire le importazioni rispetto al periodo di crisi molto più rapidamente di quanto fosse avvenuto con la ripresa 2006-07 rispetto alla stagnazione 2005 (…) È un sintomo delle difficoltà dei terzisti, delle piccole imprese senza un marchio, che non fanno ricerca e usano poco le nuove tecnologie. Rappresentano, in poche parole, il back office delle grandi imprese, loro sì in competizione sui mercati di tutto il mondo. Se però le grandi imprese delocalizzano la produzione e non si portano con sé i fornitori italiani e se le grandi imprese estere non portano i loro impianti di produzione all’interno dei confini italiani o li chiudono (come avvenuto nei mesi scorsi), i conti delle grandi imprese italiane ed estere migliorano, le borse brindano agli accresciuti dividendi, ma i dati sull’occupazione e sulla produzione interna soffrono»

Come si diceva, la filiera italiana (i terzisti) sta perdendo pezzi, attraverso sostituzione di fornitori domestici con altri non residenti. Che ciò avvenga ricorrendo ad imprese genuinamente estere o a delocalizzazioni, poco importa: il risultato finale è che il nostro export, per quanto brillantemente possa comportarsi, non compensa l’import. E poiché il commercio estero netto comprende export ed import, ecco che, al crescere del secondo rispetto al primo, si ha sottrazione al Pil. Nel primo trimestre, il commercio estero netto (NX) ha sottratto alla crescita lo 0,7 per cento.

Allo stesso modo, la debolezza estrema dei consumi è figlia dell’insufficiente sviluppo del reddito e di un mercato del lavoro asfittico. Nulla di nuovo sotto il sole, in linea di massima, ma l’aspetto dello squilibrio nel commercio estero netto è significativo, considerando che, ai bei tempi andati, l’Italia andava in rosso sul commercio estero ad ogni ripresa, trattandosi di paese tipicamente trasformatore. Le cose sono cambiate da allora, e molto in peggio.

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