Eurocaos

Ancora una volta, le agenzie di rating sono sul banco degli imputati. L’ultimo ceffone, in ordine di tempo, è quello di Moody’s sul Portogallo, privato di quattro notch (livelli), in territorio junk (la “spazzatura” che tanto piace alla stampa italiana, senza ovviamente avere neppure la più remota idea di che cosa significhi un rating di quel tipo), e mantenuto in negative outlook, il che equivale a nuovi declassamenti a breve-medio termine.

Certo, può apparire irritante che il giudizio sia avvenuto nella giornata di ieri, proprio quando Lisbona ha deciso di abbandonare la golden share sulle aziende pubbliche, soprattutto su Portugal Telecom. Ma la situazione del paese resta fortemente problematica. Un deficit di bilancio che non si schioda dall’8 per cento, malgrado ricorrenti psicodrammi politici nazionali sempre più sinistramente simili a quelli che hanno fin qui punteggiato la discesa agli inferi della Grecia; una competitività inesistente che mantiene un deficit delle partite correnti al 9 per cento del Pil (a proposito, di quanto dovrebbero crollare prezzi e salari portoghesi per riequilibrare la barca?); ma soprattutto un dato molto italiano, la crescita media reale del paese nell’ultimo decennio: lo 0,5 per cento annuo. Dato questo disastro, e un livello di rischio sovrano espresso dai credit default swaps che incorporava già un declassamento di parecchi notch, di che dovremmo indignarci? Eppure, ancora oggi in molti ci sono riusciti, da Barroso alla solita Merkel polifonica, passando per Michel Barnier e Wolfgang Schaeuble.

Ma la maggiore ipocrisia di questa caccia alle agenzie di rating viene dalla Banca centrale europea. Saremmo grati se qualcuno (magari la stessa Merkel) chiedesse all’ingegner Trichet per quale motivo insiste a considerare la stanziabilità in garanzia di carta sovrana in base al giudizio delle agenzie di rating, salvo poi dover continuamente correggere la soglia minima per evitare un meltdown apocalittico in casa propria.

Quindi, piaccia o meno, don’t shoot the messenger, e lasciate da parte il cospirazionismo. Le agenzie di rating sono “dietro la curva”, cioè in ritardo sulla realtà, anche per motivi di equilibri politici. E sono stati finora i politici tedeschi, con le loro dichiarazioni, ad aver mosso più pesantemente i mercati, al limite della turbativa, non le agenzie di rating. E, soprattutto, smettiamo di prenderci in giro: anche il Portogallo, dopo la Grecia, è fallito. Chi legge questo sito lo sa da sempre.

Altra euro-criticità è quella delle garanzie reali richieste da alcuni paesi per erogare nuovi crediti alla Grecia (e non solo ad essa, tra non molto). Dopo i tedeschi, è ora il turno dei finlandesi: ci sono molte isole e proprietà immobiliari, basta metterle in un fondo comune posto a garanzia dei nuovi finanziamenti. Ma la domanda sorge spontanea: come si arriverebbe ad escutere la garanzia? Con un atto di guerra, invadendo la Grecia? E anche ipotizzando che Atene consegni la garanzia ai creditori, chi può essere certo che il governo ed il parlamento greco non votino, a stretto giro, la ri-nazionalizzazione delle proprietà cedute agli stranieri?

In Europa, la politica è sempre più l’arte dell’impossibile.

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