Ancora sul “modello Islanda”

In un post sul suo blog, Tyler Cowen segnala, in aggiunta alle motivazioni “tradizionali” di Paul Krugman sulla ripresa islandese dopo il default di Icesave (forte svalutazione della moneta, che ha spinto l’export), anche la più che probabile presenza di uno shock reale, rappresentato dal forte aumento di prezzo del merluzzo (non ridete, è una cosa seria), e non solo.

L’aumento di prezzo del merluzzo e la presenza di un sistema retributivo dei pescatori piuttosto flessibile, e quindi in grado di rispondere meglio agli shock, avrebbe amplificato gli effetti positivi del deprezzamento della corona e permesso alla piccola isola vulcanica di assorbire meglio gli effetti della crisi.

Opportuni alcuni caveat. In primo luogo, occorre premettere che un paese piccolo e fortemente esposto al commercio internazionale è parimenti altrettanto prono a shock reali (cioè variazioni delle ragioni di scambio), nel bene e nel male. Qui pare essere andata bene. Secondariamente, la forte anomalia di un commercio estero islandese rappresentato per ben il 40 per cento dalla pesca. Poi, i piccolissimi numeri del paese: solo 4.000 pescatori (su una popolazione di 320.000 persone), pur se estremamente produttivi e benedetti da un’area di pesca eccezionalmente ricca.

In termini di shock reali positivi, alla pesca occorre aggiungere il boom nell’export di metalli non ferrosi, segnatamente alluminio, che l’Islanda riesce a produrre ad una frazione del costo sostenuto da altri produttori, grazie alla sua ricca dotazione di energia geotermica. Come che sia, sono tutti elementi che dovrebbero fare riflettere sulla non riproducibilità del “miracolo islandese”, soprattutto quanti invocano i celeberrimi “default selettivi” sul debito sovrano, e ignorano sistematicamente che l’Islanda non ha fatto alcun default sul proprio debito sovrano ma si è limitata a non pagare i debiti di una propria banca privata che raccoglieva a tassi elevati (e relativo rischio) in Regno Unito ed Olanda. E che non era sistemica, visto che parliamo di un buco di 4 miliardi di sterline per la branch britannica e di 1,7 miliardi di euro per quella olandese.

Ma tutte queste considerazioni servono a poco, quando ci sono di mezzo l’ignoranza e gli slogan.

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