Quei keynesiani di S&P

Per chi volesse prendersi la briga di leggere le motivazioni dei downgrade di S&P di ieri in Eurozona, quello che ha stampato un sonoro ceffone non sulla faccia di Mario Monti ma su quella di Angela Merkel, consigliamo soprattutto un passaggio.

Questo:

«Riteniamo anche che quell’accordo sia basato solo su un riconoscimento parziale della fonte della crisi: che l’attuale turbolenza finanziaria derivi principalmente dalla dissipatezza fiscale alla periferia dell’Eurozona. Nella nostra opinione, tuttavia, i problemi finanziari dell’Eurozona sono nella stessa misura una conseguenza dei crescenti squilibri esterni e delle divergenze di competitività tra il centro dell’Unione monetaria europea e la cosiddetta “periferia”. Riteniamo, quindi, che un processo di riforma basato su un pilastro di sola austerità fiscale rischi di diventare autolesionistico, perché la domanda domestica cala in linea con i crescenti timori dei consumatori riguardo la sicurezza dell’occupazione ed i redditi disponibili, erodendo il gettito fiscale nazionale»

Nessun ipse dixit, per carità. Quelli di S&P di sciocchezze ne dicono, scrivono e commettono tante. Ma è notevole constatare come gli orridi keynesiani del compagno Brancaccio siano ormai arrivati ad espugnare anche la centrale del complotto pippoplutoepaperino. Noi, come sapete, eravamo già stati assimilati. E scomunicati. Che dire, dunque? Che speriamo di avere non solo e non tanto un fiscal compact, quanto un competitiveness compact. E, in caso, andare tutti ad esportare su Marte.

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