La keynesiana World Bank e lo sciopero dei mercati

Anche la World Bank rivede al ribasso le proprie previsioni sulla crescita globale, e questa non è esattamente una notizia, visto che questa prassi ormai coinvolge anche gli uscieri e le portinaie. Certamente più interessanti sono la valutazione della meccanica finanziaria della crisi e la critica alla gestione della medesima in area euro, che resta la maggiore minaccia all’economia mondiale.

Riguardo rischi e meccanica finanziaria della crisi, l’ultimo Global Economic Prospects ha le idee molto chiare. E finalmente degli economisti che riescono a comprendere il concetto senza sdraiarsi sui propri modelli e ordinare al mondo di adeguarsi ad essi:

«Pur se contenuto per il momento, il rischio di un congelamento molto maggiore dei mercati dei capitali e di una crisi globale di magnitudine simile alla crisi di Lehman rimane. La volontà dei mercati di finanziare i deficit e il debito in scadenza dei paesi ad alto reddito non può essere data per scontata. Se tale rifinanziamento dovesse essere negato ad altri paesi, non si può escludere una crisi finanziaria molto più ampia, che potrebbe inghiottire banche private ed altre istituzioni finanziarie su entrambi i lati dell’Atlantico. Il mondo potrebbe essere gettato in una recessione grande quanto – ed anche più grande di – quella del 2008-2009»

Quindi, questo è il punto dirimente: i mercati entrano in sciopero e negano fiducia agli stati sovrani, rifiutandosi di rifinanziare il loro debito ed il loro deficit, oppure facendolo a costi elevati e crescenti, creando le condizioni di una profezia che si autoavvera e trasformando una crisi di liquidità in crisi di solvibilità. Questo è, al momento, il rischio che il nostro paese sta correndo, e ciò accade perché i mercati non si fidano. Non tanto del nostro paese e del suo governo quanto della demenziale governance dell’Eurozona, che finora si è sostanziata nella credenza che l’austerità da sola basti a fare uscire un paese dal pozzo in cui è stato gettato, oltre che nella incapacità di apprestare munizioni di emergenza (il firewall di cui parla Mario Draghi) in caso i mercati decidessero di non rifinanziare, in tutto o in parte, il debito.

Il maxi rifinanziamento della Bce a scadenza triennale ha aiutato e sta aiutando a piazzare (anche molto bene) le aste di titoli di stato a breve e brevissimo termine, ma non è affatto scontato che ciò possa essere sufficiente. E l’operazione non è priva di effetti collaterali: c’è un rischio non trascurabile che queste iniezioni di liquidità creino degli zombie, o anche peggio. Come commentava qualcuno ieri, “con questa liquidità della Bce anche Madoff avrebbe potuto prosperare a lungo”. Ma se l’alternativa è una Lehman all’ennesima potenza, questo è (apparentemente) il male minore.

L’altro punto evidenziato dalla World Bank è una robusta critica all’austerità che sta affondando il continente. Ed è una critica persino beffarda, oltre che una non troppo velata accusa di incompetenza agli apprendisti stregoni d’Europa:

«Non è ancora chiaro se è alle viste la fine del circolo vizioso in cui tagli di bilancio per ripristinare la sostenibilità del debito riducono la crescita ed il gettito, a detrimento della sostenibilità del debito»

Ormai è un coro, e sta diventando persino stucchevole. Occorre una revisione critica di questo “pensiero magico” austero che si è impossessato dell’Eurozona e la esplicita considerazione del ruolo che i mercati giocano nell’aggravamento della crisi, a causa della continua trasmissione di messaggi sbagliati. Ma soprattutto, c’è un mismatch temporale tra riforme di struttura e orizzonte dei mercati: sarebbe bene avere questo concetto sempre presente.

E’ un mondo di keynesiani, si direbbe. Oppure di soggetti di buonsenso.

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