I crediti d’imposta di Obama

Il discorso di Barack Obama sullo Stato dell’Unione segna per molti aspetti l’avvio della campagna elettorale del presidente incumbent, toccando alcuni temi sensibili per l’elettorato. Tra essi, c’è ovviamente quello fiscale e della diseguaglianza. Dopo aver ripreso e rilanciato la Buffett Rule, quella sorta di principio fiscale in base al quale un imprenditore (o manager, o banchiere) non dovrebbe pagare meno tasse della propria segretaria, Obama si concentra sul tentativo di rivitalizzare la manifattura americana. Ma il risultato finale, in entrambi i casi, è un tripudio di crediti d’imposta offerti o negati, strumento fiscale politico (cioè distorsivo) per antonomasia. Manca una visione d’insieme, e la volontà di mettere mano ad una Grande Riforma del Tax Code americano, entro una strategia offertista.

Obama promette (o minaccia) crediti d’imposta su quasi tutto: energie “verdi”, rette universitarie, piccole e medie imprese che creino occupazione ed aumento del monte-salari (italiani, vi ricorda nulla?), manifattura domestica, produttori ad alta tecnologia, multinazionali che riportino la propria produzione negli Stati Uniti.

Il problema dei crediti d’imposta, dati o tolti, come si diceva, è che sono lo strumento più amato, dai politici di ogni latitudine, per selezionare vincitori e sconfitti nell’economia, collocando preferibilmente tra i primi le proprie constituencies. E presentare, come fatto ieri da Obama, crediti d’imposta come lo strumento per eliminare privilegi e “giocare con le stesse regole”, appare come un percorso piuttosto barocco rispetto alla via maestra della semplificazione fiscale, con ampliamento della base imponibile e contestuale riduzione delle aliquote nominali.

Obama ad esempio vuole che i percettori di redditi superiori a un milione di dollari abbiano un carico d’imposta di almeno il 30 per cento, in quello che appare come il rovesciamento dello “scudo fiscale” inventato da Sarkozy, che prevedeva un tasso massimo di pressione fiscale (con innumerevoli eccezioni che hanno finito con lo sfiancare e demolire il modello), in parte neutralizzando la possibilità di utilizzare detrazioni e deduzioni, ed userebbe la leva fiscale anche per penalizzare le multinazionali che delocalizzano troppo, anche in questo caso creando una “imposta minima” che finisca nelle casse dello Zio Sam.

Superfluo osservare che le imprese troverebbero modo di aggirare anche questa “imposta minima”. Ovunque vi siano crediti d’imposta o interpretazioni più o meno autentiche di presupposti d’imposta ci sono altrettanti margini per tributaristi e legali per aggirare i presunti vincoli e ridurre efficacia ed efficienza del sistema fiscale. Riguardo le imprese, Obama dimostrerebbe ben altro coraggio se tentasse una “grande compensazione”: via deduzioni e crediti d’imposta, e giù le aliquote per tutti. Obama ne aveva accennato nel discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso anno, ma i buoni propositi sono rimasti lettera morta. E il discorso non cambia se applicato alle persone fisiche: eliminare i tax break potrebbe anche rendere il sistema più progressivo, visto che la possibilità di deduzioni e detrazioni cresce per i soggetti più abbienti.

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Il punto, quindi, è quello di evitare che gli Stati Uniti diventino una gigantesca Italia (in realtà lo sono già da molto tempo, ma a differenza nostra possono contare sulle armi nucleari e sulla valuta di riserva mondiale), dove lo sport preferito dai politici è quello proporre sempre nuovi crediti d’imposta a favore dei propri elettori, finanziandoli rimuovendo quelli degli elettori altrui. Difficile che questo obiettivo possa essere raggiunto in tempi ragionevoli, vista la assai scarsa qualità del dibattito pubblico americano, da qualche tempo a questa parte.

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