Ecco perché serve la crescita

Oggi sui mercati sono bastati i dati di Markit sull’indice dei direttori acquisti delle imprese manifatturiere europee (PMI) per scatenare un movimento che quelli che sanno l’inglese e stanno sui mercati definiscono di risk on: un improvviso aumento di propensione al rischio. E perché mai, poi? Perché la contrazione della manifattura appare meno accentuata di quanto previsto e temuto.

Per l’Italia il dato di gennaio dell’indice manifatturiero passa da 44,3 a 46,8. Ricordiamo che ogni lettura superiore al livello di 50 indica espansione. Quindi, con una complessa inferenza, l’Italia resta in contrazione manifatturiera ma al momento sta riducendo il passo di caduta. Questo dato si inserisce in un contesto europeo dalle evidenze molto simili, con le eccezioni dei morti greci e portoghesi. I mercati, come sempre, si portano avanti, leggono la stabilizzazione e la prossima inversione di tendenza della crisi (a torto o a ragione) e premiano tutti gli asset più rischiosi: l’azionario, ad esempio. Oppure, in Eurozona, i paesi a maggiore rischio sovrano. Ecco quindi che il nostro spread si riduce di 25 punti-base (in mattinata), ed il Btp decennale rompe confortevolmente al ribasso la soglia del 6 per cento, portandosi al 5,75 per cento. E riusciamo anche a fare meglio della Spagna, perché siamo percepiti come a rischio maggiore rispetto a loro. Nella vita è sempre questione di beta, si direbbe. Senza scomodare i sociologi.

Intendiamoci, sono rendimenti e spread ancora assai poco sostenibili, se dovessero permanere, ma l’occasione è opportuna per mostrare che i mercati chiedono una sola cosa, per rimuovere la propria avversione al rischio: crescita. Non si può pensare di risanare e riformare un continente in condizioni di depressione economica. Pensate quanto avanti saremmo oggi se le tappe verso il pareggio di bilancio fossero state rallentate, adeguandole al ciclo economico. Senza scomodare improbabili deficit spending keynesiani. E’ questo ciò che i nostri austeri replicanti teutonici (e la loro confusa casa-madre) proprio non riescono a farsi entrare in testa.

Ah, in via del tutto incidentale, vorremmo rivolgere un saluto all’altra grande categoria di confusi, quelli che “le agenzie di rating hanno tempismo sospetto”. Occorrerà trovare altri temi di discussione complottardi, amici: di questi tempi quelli tradizionali vi stanno morendo tutti come mosche.

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