Il “mistero” argentino

L’Argentina ha un problema di inflazione. Nel senso che ha una inflazione elevata ed un governo che sta facendo di tutto per impedire che della medesima vengano pubblicati numeri realistici. Il tasso ufficiale di inflazione tendenziale, calcolato dall’Instituto Nacional de Estadística y Censos (INDEC) è al 9,7 per cento in gennaio, mentre istituti privati (ripetutamente minacciati dalla Presidenta Cristina Kirchner), riuniti sotto l’organizzazione chiamata Inflación del Congreso (che riporta ad una commissione parlamentare) calcolano un valore di poco meno del 23 per cento.

Chi avrà ragione? In caso aveste dubbi, considerate questo dato: i salari nominali sono cresciuti di oltre il 25 per cento nel 2011. Ora, se voi foste un economista da dopolavoro, come interpretereste una crescita delle retribuzioni del 25 per cento a fronte di una inflazione di “solo” il 9,5 per cento? Come leggereste questo strepitoso incremento retributivo “reale” del 15 per cento annuo? Come un boom senza precedenti, roba da fare immediatamente le valigie e partire per quei lidi felici, giusto? Ma anche no.

Il problema è che anche l’offerta di moneta sta esplodendo. Nel 2011, M2 è cresciuta del 29 per cento, e per quest’anno la banca centrale argentina ha previsto un incremento del 26,4 per cento, entro un corridoio che ha un limite superiore al 31 per cento. Il tutto per raggiungere quest’anno una crescita reale del Pil prevista dal governo argentino tra il 4,5 ed il 7,5 per cento, che peraltro è ben superiore alle stime internazionali di consenso, che prevedono una crescita reale intorno al 3-3,5 per cento.

In attesa di congiungere tutti i puntini, vi diamo un altro indizio. La banca centrale argentina monetizza il deficit del Tesoro di Buenos Aires. E quale sarebbe il problema?, vi sentiamo dire. Del resto anche le maggiori banche centrali di paesi sviluppati hanno il loro bravo easing quantitativo. Si, ma quello è applicato su titoli esistenti, e soprattutto in un contesto in cui le banche non prestano, con un crollo del moltiplicatore monetario ed un credit crunch. In Argentina, la banca centrale nel 2011 ha trasferito al Tesoro 30 miliardi di pesos, circa 7,3 miliardi di dollari. Aggiungendo i “prestiti” al settore pubblico si ottiene il valore di 37 miliardi di pesos, oltre il doppio del 2010. Quella argentina è un’economia ferocemente drogata dalla monetizzazione, ma sta scricchiolando sinistramente. Ma non anticipiamo il finale del film.

Tiriamo le somme: le retribuzioni crescono del 25 per cento perché l’inflazione supera il 20 per cento, e non è sotto il dieci. Quelli tra voi più vocati per i numeri saranno già giunti alla conclusione che, se l’inflazione effettiva è al 20 per cento, anche il Pil reale è enormemente inferiore a quanto dichiarato dal governo. Bravissimi. Ancora: il deficit pubblico ha rotto gli argini, non riesce più ad essere sottoscritto sul mercato e il governo costringe la banca centrale a farlo, gonfiando gli aggregati monetari (prima di fare paralleli con quanto accade in Eurozona, i genietti inflazionisti puri e duri si guardino dove è la crescita dei nostri aggregati monetari, e si chiudano in un dignitoso silenzio). Nel frattempo, i capitali tentano di lasciare il paese e ci riescono pure, malgrado gli sforzi del governo.

Pronti per la chiusa? Eccola: l’economia argentina è tenuta in piedi da spaventose dosi di droga monetaria, oltre che da menzogne palesi e manifeste. Ad un certo punto la situazione evolverà: tentare di sgonfiare gli aggregati monetari causerà uno shock all’economia (leggasi un crollo), disoccupazione e proteste di piazza. Continuare a perseguire una floridezza tossica come l’attuale potrebbe invece mandare gli aggregati monetari fuori controllo e con essi l’inflazione, oltre ad accelerare la fuga di capitali. Vediamo in quanto tempo arriveremo all’esito finale, per questo paese tanto amato dai sognatori italiani anti-debito.