Sindrome olandese

Secondo l’ufficio nazionale di statistica, l’economia olandese si è contratta nel quarto trimestre del 2011 di ben lo 0,7 per cento trimestrale (come il nostro paese, tra l’altro), che si somma allo 0,4 per cento di contrazione del terzo trimestre e porta felicemente il paese in recessione “tecnica”. Sul quarto trimestre 2010 l’economia olandese si è contratta dello 0,3 per cento, mentre per l’intero 2011 si registra un incremento dell’1,3 per cento (0,4 per cento per l’Italia).

In dettaglio, la spesa delle famiglie è scesa dello 0,6 per cento nel trimestre e del 2 per cento sullo stesso trimestre 2010. Il calo ha riguardato anche beni durevoli quali arredamento e autoveicoli. Le cose sarebbero andate anche peggio se nel quarto trimestre non ci fosse stato un aumento dei consumi pubblici.

Molto male anche l’investimento fisso complessivo, che si contrae per il terzo trimestre consecutivo, di ben l’1 per cento. Anche in questo caso, la situazione sarebbe stata di gran lunga peggiore se non vi fosse stato un aumento dell’investimento fisso pubblico. Male anche il commercio estero netto, che sottrae crescita nel trimestre e nel corso dell’anno aggiunge la miseria di mezzo punto percentuale alla crescita. Non tutti sono la Germania, evidentemente.

Il tutto si traduce in un rapporto deficit-Pil per il 2011 pari a ben il 4,5 per cento, sul quale il governo dovrà studiare e destreggiarsi tra numerosi veti incrociati. Morale della favola: il male europeo avanza e giunge a lambire la zona tedesca. E nel frattempo il premier spagnolo, Mariano Rajoy, getta il cuore oltre l’ostacolo e alza il deficit-obiettivo per il 2012 dal 4,4 al 5,8 per cento del Pil, con buona pace degli ammonimenti della Merkel. Attenzione a questa evoluzione: il 2012 potrebbe essere l’anno della rivolta fiscale. Solo intesa in una accezione piuttosto peculiare, e contro il tallone tedesco.

«No he consultado a los líderes europeos y a la Comisión se lo contaré en abril. No tengo que hacerlo. Es una decisión soberana de España» – Mariano Rajoy, 2 marzo 2012

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