Macromonitor – 6/5/2012

I mercati azionari restituiscono i guadagni della settimana precedente e tornano nella parte bassa del corridoio di fluttuazione delle ultime settimane. Materie prime ed obbligazioni continuano a flettere dai massimi visti a marzo. Dollaro in recupero contro la maggior parte delle divise.

La flessione dei prezzi degli attivi rischiosi ed il recupero dei titoli di stato “sicuri” e del dollaro hanno avuto questa settimana scarsa relazione con l’Europa, dove i rendimenti della periferia sono generalmente calati. Per contro, assistiamo alla pubblicazione di una serie di dati macroeconomici, ultimo in ordine di tempo quello sul mercato del lavoro statunitense di aprile, che mostrano un lieve indebolimento congiunturale nel secondo trimestre. La magnitudine di tali sorprese negative non è stata finora particolarmente ampia da indurre rilevanti revisioni al ribasso delle previsioni di crescita.

L’attenzione di mercati si è incentrata su indici dei direttori acquisti di manifattura e servizi generalmente più deboli del previsto, oltre che sui dati di occupazione statunitense. Questi ultimi suggeriscono un probabile lieve rallentamento della crescita del paese, rispetto al consenso (posto oggi intorno al 2,5 per cento). Servirà monitorare attentamente i dati di occupazione dei prossimi mesi, ma al momento altri indicatori di spesa (quali costo del credito, prezzi dei carburanti, margini di profitto) non stanno mostrando rilevanti deterioramenti. Sarà quindi importante riuscire a filtrare il segnale dal rumore statistico.

In Europa, la situazione resta quella che conosciamo da tempo. I problemi dell’area appaiono in misura significativa come auto-inflitti, e come tali gestibili con correzioni di condotta. Le azioni fin qui intraprese sono corrette a livello di singolo paese (rientro dal deficit, responsabilità del medesimo da parte di chi lo ha prodotto, senza possibilità di “salvataggi” o di “pasti gratis”, ricapitalizzazione dei sistemi creditizi), ma sono pressoché disastrose quando applicate a livello aggregato e simultaneamente. Essa distruggono la crescita, il credito ed il mercato del debito sovrano. Anche per questo motivo, una strategia di ricapitalizzazione delle banche con fondi europei potrebbe servire a spezzare questo grave circolo vizioso. Ma servirebbe anche un rallentamento del passo di consolidamento fiscale ed una spinta ad investimenti infrastrutturali sotto l’egida (ed il controllo puntuale e severo) delle istituzioni comunitarie.

Sul mercato azionario, persistono gli elementi di sovraperformance del mercato statunitense rispetto a quello dell’Eurozona, sia in termini di risultati assoluti degli utili aziendali riportati nel primo trimestre che di sorpresa tra risultato realizzato e consenso. Analogamente, permane la preferenza per l’indice azionario tedesco rispetto a quello più generale dell’Eurozona: malgrado l’indebolimento non lieve dei dati di attività (soprattutto manifatturiera), le imprese tedesche possono contare su bilanci più robusti e su una maggiore esposizione ai mercati emergenti, oltre che (evidentemente) sulla minore necessità di dover ricorrere a manovre di aggiustamento strutturale, che danneggiano la crescita.

Sul mercato dei cambi, l’euro contro dollaro si è mostrato stranamente indifferente alle elezioni greca e francese. Questa condizione appare compatibile con la considerazione che la retorica di campagna elettorale potrà anche essere enfatica, ma gli esiti delle consultazioni non dovrebbero produrre eventi di rottura dello status quo. In Francia pare esservi poca differenza sostanziale tra Hollande e Sarkozy, visto che entrambi sostengono un bilancio pubblico in pareggio, Hollande entro il 2017, Sarkozy entro il 2016. E mentre Hollande a parole minaccia di non ratificare il Fiscal compact, nella sostanza appare star negoziando l’affiancamento e l’integrazione al medesimo di un patto di crescita. Anche Italia, Spagna e Germania appoggiano un patto per la crescita, purché orientato verso riforme strutturali ed investimenti pubblici (finanziati attraverso la Banca Europea per gli investimenti, BEI), anziché attraverso spesa pubblica in deficit volta al finanziamento di aumenti salariali e pensioni. Il rischio maggiore, per l’Europa, potrebbe venire se Hollande fallisse nell’implementare riforme strutturali finalizzate ad innalzare il tasso di crescita potenziale.

Le elezioni greche sono differenti nel senso che entrambi i maggiori e tradizionali partiti (Nuova Democrazia e Pasok) sembrano assommare un consenso relativamente scarso, ed una eventuale grande coalizione tra i due potrebbe essere mancata per assenza di numeri per governare. Un governo di coalizione ancora più ampia sarebbe caratterizzato da una frammentazione ed una litigiosità talmente elevate da rischiare di condurre a contrasti con i finanziatori internazionali (Bce, FMI, Ue) ed alla sospensione degli aiuti, in caso di mancato conseguimento degli obiettivi fiscali. In tale circostanza, l’ipotesi di fuoriuscita della Grecia dall’euro tornerebbe a prendere consistenza.

Settimana di cali diffusi per le materie prime, con il petrolio in ribasso di circa il 6 per cento in dollari, a capeggiare la tendenza. I dati più deboli di attività economica pesano sulle materie prime come su altri attivi rischiosi. Il petrolio subisce l’effetto congiunto di un’offerta sostenuta (anche grazie ai progressi della ricostruzione libica e della produzione irachena), ed una domanda resa debole dai fermi di manutenzione delle raffinerie.

Lo spread tra Brent e WTI si è ristretto significativamente nell’ultimo mese. Esso può essere considerato in prima approssimazione come il costo di spostamento dell’eccesso di greggio dal punto di raccolta di Cushing, in Oklahoma (dove si forma il prezzo del WTI) alla costa del Golfo del Messico. L’inversione del flusso dell’oleodotto, alla fine del mese in corso, dovrebbe continuare a restringere il differenziale di prezzo tra le due qualità di greggio, di riflesso al minor costo di trasporto del greggio via oleodotto anziché per via ferroviaria o a mezzo di chiatte.

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