L’INGV ed il sisma polifonico

Prendete due interviste a due membri dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Uno è un “comune” geofisico, nel senso che non appare avere responsabilità direttive entro l’Istituto o, se le ha, non le divulga. L’altro è il direttore generale dello stesso istituto. Al termine della lettura delle due interviste, ne saprete assai meno di prima.

Per Gianluca Valensise, infatti,

«Sicuramente non [possiamo conoscere] l’istante di accadimento esatto. Ma anche il solo fatto che possano verificarsi: in altre parole, esistono ancora tipi di faglie di cui non sappiamo nemmeno l’esistenza, ad esempio perché cadono in mare o perché sono “cieche”. Questo sarebbe il caso anche della Pianura Padana, se non fosse per la formidabile conoscenza acquisita nei decenni dell’esplorazioni petrolifere»

Inoltre,

«Oggi riusciamo a prevedere dove sono le faglie che possono dare terremoti distruttivi, la magnitudo massima attesa e un quadro dello scuotimento atteso»

Ma soprattutto, il traguardo della “previsione” secondo Valensise non è neppure a portata di mano:

«No, non vedo questo traguardo raggiungibile nei prossimi due o tre decenni almeno. Anche perché nel frattempo molte agenzie internazionali hanno drasticamente ridotto il finanziamento dedicato ai precursori sismici preferendo focalizzarsi su altre ricerche più “solide” (per non parlare della ricerca in sismologia applicata, che giustamente oggi privilegia – ad esempio – gli studi sulla risposta sismica)»

Quindi, se il pensiero di Valensise è stato correttamente riprodotto dall’intervistatore, il finanziamento ai “precursori sismici” è stato ridotto un po’ ovunque, non solo in Italia, ma non necessariamente per motivi di ristrettezze di dotazione di fondi per la ricerca quanto perché questo tipo di ricerca non fornirebbe “solide” evidenze rispetto ad altre metodologie.

Se andiamo a leggere l’intervista al direttore generale dell’INGV, Tullio Pepe (che tuttavia non è un tecnico del settore) apprendiamo invece sin dal titolo dell’articolo che “il terremoto si può prevedere”, ma in Italia ciò non avviene perché il fondo ordinario della ricerca è stato colpito dai tagli decisi da Mariastella Gelmini. E quanto ai precursori, Pepe è in completo disaccordo con Valensise, e lo fa spiegare al coordinatore del progetto denominato “Studio multidisciplinare della fase preparatoria di un terremoto“. Come recita il pezzo del Fatto, quella di Pepe è

Una denuncia non generica ma circostanziata e che ha molto a che fare con quanto accade in Emilia. Perché tra i progetti, congelati dalla riforma Gelmini e ora in attesa di sblocco da parte del ministro Passera, ce n’è uno che riguarda proprio lo studio dei cosiddetti “precursori” del terremoto.

(…) In particolare si tratta di installare una rete di strumenti-bersaglio come radar a terra (corner reflector), misuratori geomagnetici e geochimici capaci di fornire immagini e dati sugli spostamenti minimi di superficie prima che l’evento in profondità si palesi, con le conseguenze devastanti che sono sotto gli occhi di tutti. “Oggi possiamo contare sui sismografi, ma rilevano attività quando sono già in corso. Possiamo contare anche su un sistema di satelliti radar (Cosmo-SkyMed, ndr) che è stato utilizzato in Italia per la prima volta in occasione del terremoto a L’Aquila e ora è puntato sull’Emilia. I quattro satelliti inviano immagini della terra ad altissima risoluzione che misurano variazioni della superficie fino a pochi millimetri. Ma anche questo sistema ha le sue falle. I satelliti devono essere puntati su una zona già individuata e le immagini che inviano ai centri di analisi hanno uno scarto di quattro giorni che rende imposibile il monitoraggio dei cambiamenti a terra. Lo si è visto proprio ieri in Emilia dove c’è stata una scossa di magnitudo 5.8 alle 9 e a distanza di poche ore altre scosse che non possono essere rilevate con questo sistema”.

Quindi, riepilogando: per un geofisico dell’INGV i “precursori sismici” non sono una metodologia affidabile. Per il suo direttore generale ed un altro ricercatore, invece, sono fondamentali, e se oggi non riusciamo a prevedere i sismi la colpa è dei tagli della Gelmini. E poi dicono degli economisti. Voi capite che noi comuni mortali, pur al netto di fisiologiche divergenze scientifiche, restiamo piuttosto perplessi. Sarebbe utile che l’INGV prendesse una posizione ufficiale, anche se sospettiamo che finirebbe con l’essere quella del d.g.

A parte questa singolare polifonia, che certamente servirà comunque per alimentare le certezze della ormai onnisciente e risolutiva Rete (che sta cominciando a starci sugli zebedei), il problema non si pone: disponiamo di colui che può prevedere i sismi, sempre utilizzando i precursori, con un margine di precisione di 6-24 ore. Probabilmente dopo che l’evento è accaduto. Pare che costui sia in omaggio con il voto al Movimento 5 Stelle. Approfittatene, mentre osservate rapiti le scie chimiche in una notte di luna piena.

Update, con mostruoso ritardo, del 3 giugno – Pepe smentisce. Di aver mai parlato di prevedibilità dei sismi. E pure il ricercatore Salvatore Stramondo corregge radicalmente quanto gli era stato attribuito, riguardo la prevedibilità dei sismi. Brutto infortunio del titolista del Fatto online, quindi. Amen

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