Mercati e politica, non c’è partita

Venerdì scorso un articolo del Financial Times cercava di fare luce su una dinamica finanziaria dell’Eurozona che sta sommando distorsioni a distorsioni. Come noto, la banca centrale svizzera (BNS) ha preso lo scorso anno l’impegno a mantenere fisso il cambio del franco con l’euro, al livello di 1,20. Ciò implica che, qualsiasi cosa accada, la BNS è pronta a perdere il controllo dei propri aggregati monetari per impedire che il franco si rivaluti in modo tale da pregiudicare le esportazioni della Confederazione. Ma gli effetti collaterali di questa azione sono numerosi, inquietanti e non sempre immaginati.

La BNS si impegna a comprare tutti gli euro che le vengono offerti, pagando con 1,20 franchi svizzeri per ogni euro ricevuto. Ma è evidente che, così facendo, da qualche parte dovrà pur mettere quegli euro. Per motivi di controllo del rischio è verosimile che sceglierà titoli di paesi apparentemente “sicuri” come la Germania. Ma in tal modo contribuisce a ridurre i rendimenti su Bund e Schatz a livelli ridicoli. Ma la diversificazione degli impieghi resta la regola aurea anche per gli svizzeri. Ecco quindi che arrivano acquisti su carta olandese, e persino francese.

Poiché ormai la BNS è uno dei maggiori player sul mercato dei titoli di stato dell’Eurozona (lo scorso mese la banca centrale svizzera avrebbe acquistato qualcosa come 60 miliardi di euro), ecco che le sue decisioni muovono in modo anche significativo i prezzi dei paesi “beneficiati” dagli acquisti. Questa potrebbe effettivamente essere una chiave di lettura per il recente rally dei titoli di stato francesi (subito dopo l’elezione di François Hollande, peraltro, mentre torme di analisti ed editorialisti cercavano le cause “politiche” di tale movimento) e di quelli olandesi, soprattutto sulla parte breve della curva.

Superfluo osservare che, nel quadro di questa diversificazione, restano esclusi dagli acquisti svizzeri i paesi più a rischio, come Spagna e Italia, che sono quindi lasciati senza una componente “artificiale” di domanda (ovvio, essendo i “responsabili” dei flussi verso il franco svizzero), e sottoposti alle sole pressioni dei venditori. Problemi analoghi li sta affrontando, entro la Ue, anche la Danimarca, che da sempre tiene la corona molto prossima all’euro tramite un peg con limiti di fluttuazione di circa mezzo punto percentuale. Non è quindi un caso se il governatore della banca centrale danese, in difficoltà per la pressione di euro in entrata nel piccolo paese, nel tentativo di sfuggire al giorno del giudizio, minacci di applicare tassi d’interesse negativi sulla corona, per rendere costosa l’operazione.

E’ davvero incredibile la specie e la magnitudine di distorsioni che la crisi dell’architettura europea sta provocando. Nel frattempo la miccia brucia, ed è sempre più corta. Ma quando ci si renderà conto, a Bruxelles, come a Parigi e Berlino, oltre che nella scalcinatissima Roma dei palazzi parolai del cosiddetto potere, che il confronto tra tempi e spinta dei mercati e quelli della politica è così impari che serve una discontinuità epocale, e serve per la settimana scorsa, altrimenti sarà catastrofe?

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