Commenti spiccioli sull’ultimo downgrade dell’Italia

Prescindendo dai moti di sdegno e dalle urla di “attentato alla democrazia”, che non ci interessano, le considerazioni di Moody’s sull’ultimo (in ordine cronologico) downgrade italiano (a Baa2, due soli livelli sopra il junk, e outlook ancora negativo) confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, la natura sistemica della crisi dell’Eurozona, peraltro in via di aggravamento. Che tradotto vuol dire che gli effetti di contagio sono sempre più vistosi e determinanti. Giunti a questo stadio della crisi, ci sentiremmo di escludere che possa trattarsi di una profezia che si autoavvera. Stante la natura profondamente integrata dei mercati finanziari, questa non è una notizia, almeno per chi legge questi pixel.

Di per sé, questo declassamento non aggiunge nulla a quanto già non si sapesse. Le agenzie di rating si muovono ormai in forte ritardo rispetto al dato di mercato: basta guardare i livelli dei credit default swap sovrani sui paesi dell’Eurozona e confrontarli con quelli di altri paesi (e con i livelli di rating) per capire che sta accadendo e cosa accadrà. Il problema, in termini di allocazioni globali di portafoglio, è che i gestori che utilizzano i benchmark si liberano di titoli di paesi che perdono lo status di investment grade e diventano “spazzatura”, come tanto piace dire ai media italiani. Ovviamente, questo processo di scarico dei portafogli parte ben prima dell’evento, nella misura in cui tra i gestori si fa strada la percezione che l’approdo allo status di spazzatura sia difficilmente evitabile. Quando ciò accade, il paese trova forti difficoltà a finanziare il proprio debito ed affrontare le aste dei titoli pubblici, perché perde progressivamente base di investitori, soprattutto esteri.

Ed infatti Moody’s cita questo rischio:

«In questo contesto, gli alti livelli di debito dell’Italia ed i rilevanti fabbisogni annuali di finanziamento, pari a 415 miliardi di euro (25 per cento del Pil) nel 2012-13, come anche la sua diminuita base di investitori esteri, generano crescente rischio di liquidità»

“Crescente rischio di liquidità” è un modo molto polite per dire che, partendo da là, si finisce col diventare insolventi, e questa sì che è una profezia che si autoavvera. Tra le motivazioni alla prospettiva negativa del rating italiano vi è anche il rischio di implementazione delle riforme, reso elevato e crescente da un contesto macroeconomico in deterioramento, “che aumenta l’austerità e la fatica da riforme tra la popolazione”, come dice Moody’s, che cita anche il “clima politico” ed ormai pre-elettorale, del paese. Ma questo non è più un problema del concierge Angelino, beato lui.

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