Lo spread non è uguale per tutti

Una doverosa premessa: l’andamento dello spread, come vi diciamo ormai da molti mesi, non è interamente ascrivibile a meriti e demeriti di singoli stati nazionali. Anzi, è lecito e verosimile ritenere che, al punto in cui siamo arrivati, esso dipenda in misura preponderante dalla crisi sistemica dell’Eurozona. Affermare ciò, tuttavia, non equivale certo ad assolvere l’operato del governo Berlusconi, e leggere la sua caduta come frutto di un complotto internazionale, contrariamente a quanto affermano su base ormai plurigiornaliera i tifosi del Cavaliere.

A nulla servono esercizi piuttosto infantili e decontestualizzati come quello condotto per mesi da Renato Brunetta, in termini di comparazione semplice dei livello assoluto dello spread. Le condizioni della crisi dell’Eurozona si sono talmente aggravate, da inizio anno, da rendere ogni confronto del tutto privo di senso. O, piuttosto, a permettere di affermare che l’azione del governo Monti ha impedito un tracollo, pur se il livello assoluto dello spread non si è mosso in modo significativo.

Manca il controfattuale, dite? Vero. Però si potrebbe tentare un esperimento, e confrontare l’andamento dello spread tra i due grandi malati d’Europa, Spagna e Italia, che vedete riprodotto qui sotto. Una premessa: fino a inizio 2008, lo spread tra i due paesi era prossimo a zero (non lo vedete nel grafico, ma fidatevi). Poi la crisi ha avvantaggiato il nostro paese, che a metà dicembre 2010 pagava il debito decennale circa 90 punti-base meno di Madrid. La tendenza si inverte all’incirca da giugno 2011, quando l’Italia comincia ad essere messa nel mirino dei mercati a causa della paralisi del governo Berlusconi, lacerato da contrasti interni di varia natura oltre che da problemi “personali” del  premier. O forse il motivo non era quello, la calunnia è un venticello.

Tra giugno e inizio novembre dell’anno scorso, è una caduta quasi verticale. Il 9 novembre 2011, nel momento di massima incertezza politica ma di ormai avvenuto decesso dell’esecutivo, lo spread tocca i 140 punti base a svantaggio del nostro paese: un catastrofico swing di 220 punti-base in cinque mesi. Le dimissioni di Berlusconi e la nomina di Mario Monti sembrano piacere ai mercati, che in una sola settimana riportano lo spread a zero. Ma di certo deve esserci una spiegazione alternativa, che permetterà a Brunetta e Sallusti di vincere il Nobel. Dopo le prime misure di emergenza, segnatamente la durissima riforma delle pensioni, inizia una fase di appannamento del governo Monti, ed in parallelo di ritrovata “buona stampa” del rischio-Spagna, con l’elezione a premier di Mariano Rajoy il 21 novembre 2011, con una piattaforma elettorale pressoché tutta centrata su sangue, sudore, lacrime e sulla versione spagnola della celeberrima frase di George Bush senior: “read my lips, no new taxes“. Stessa fine di quella promessa, peraltro, ma quella è un’altra storia.

Il mercato si entusiasma per Rajoy, e lo spread italiano contro Spagna tocca a fine 2011 il livello stratosferico di 2 punti percentuali, scatenando l’esegesi del circo mediatico-politico-editoriale italiano: “la Spagna va bene perché sono andati subito a votare, rispettando i sacri principi della democrazia, non come noi golpisti italiani”, “no, vanno bene perché taglieranno le tasse e la spesa, mica come noi italiani malati di statalismo”, e via enumerando le solite stralunate inferenze, ma facendolo a volte anche col patentino di “analisti di dati“, che ricorda molto il latinorum di Don Abbondio.

Nel frattempo, manovra dopo manovra (spagnola), colpo apoplettico (finanziario) dopo colpo apoplettico (spagnolo) il nostro paese, lentamente ma costantemente, rovescia il rapporto di forza, e giunge ai giorni nostri con uno spread a nostro favore che sul decennale oscilla tra gli 80 ed i 100 punti-base. Il tutto senza aver mai chiesto rinvii della suicida tabella di marcia verso il pareggio di bilancio, a differenza di Madrid.

Ora, chiunque (persino Brunetta, aguzzando la vista) può vedere quale è stato l’andamento dello spread Spagna-Italia da quando Berlusconi non è più a Palazzo Chigi. O, detto, in altri termini, in che modo il mercato, tra giugno e inizio novembre del 2011, abbia espresso il proprio nettissimo giudizio sul governo Berlusconi. Certo, potreste replicare che Berlusconi non c’entra nulla, ovviamente, perché correlazione non è causalità. Ma resta un movimento impressionante, e ci servirà quindi un paragnosta per trovare una causa convincente che non sia il Cav.

Scartando l’ipotesi che il merito non sia della migliore performance relativa del governo Monti che ci resta, congiunzioni astrali e malocchio a parte? Solo una cosa: che la Spagna aveva in realtà dei fondamentali economici drammaticamente più fragili dei nostri, con buona pace di tutti i dotti ditini italiani levati al cielo a rimarcare quanto Madrid fosse un modello per noi poveri italici, e che “ne sarebbe uscita meglio degli altri”, secondo l’argomentare sinistramente berlusconiano di molti antiberlusconiani viscerali.

Ma, per chi non soffre di pensiero magico, è altrettanto innegabile prendere atto che affermare che lo spread fosse indipendente da Berlusconi e dalla sua (in)azione di governo è un mantra che solo in un paese di analfabeti economici può ancora permettersi di resistere al ridicolo. Ma forse non è neppure quello: è che, come noto, Berlusconi ha passato la vita a combattere da perfetto outsider contro i “poteri forti”, che alla fine ha dovuto capitolare contro il potere più forte che esiste: quello dei mercati finanziari. Che, come fiaba della buona notte, conserva ancora un qualche fascino.

Come che sia, queste sono le argomentazioni in base alle quali sospettiamo che un ritorno di Berlusconi determinerebbe conseguenze spiacevoli allo spread.

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Differenziale titolo di stato decennale Spagna-Italia

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