Un passo indietro. Dal baratro

Oggi periferia dell’Eurozona molto tonica, guidata dalla Spagna, dopo che ieri si sono diffuse voci sulla possibilità che a Madrid possa essere concessa una linea di credito “precauzionale” da parte della Ue. Non si conosce nulla di questa ipotesi, men che meno i dettagli operativi (che di solito sono quelli su cui l’Unione europea inciampa, ammaccandosi), ma quello che al momento si percepisce è che sembra cambiata l’aria. I problemi sono tutt’altro che risolti, ma quella angosciante sensazione di “morte imminente” dell’Eurozona sembra essersi dissolta.

Spread in vigoroso restringimento, quindi, sia a livello di titolo di stato decennale che di credit default swap, su Spagna e Italia. Su questi ultimi strumenti pesa forse anche l’imminente entrata in vigore della normativa europea che, dal primo novembre, vieta di utilizzare i credit default swap “nudi”, cioè per motivazioni differenti da esigenze di copertura. Anche se la disposizione presenta un regime transitorio molto accomodante, non si può escludere che le posizioni di acquisto di protezione stiano venendo chiuse abbastanza rapidamente, in un movimento la cui ripidità ricorda un tipico “short covering“. Lo strumento si avvia al tramonto. Che questo sia un bene o un male lo scopriremo solo vivendo, ma contro la potenza delle banche centrali non c’è modo di vincere. Neppure se le medesime giocano con entrambe le braccia legate dietro la schiena.

Ieri sera, inoltre, è arrivata la decisione di Moody’s di “congelare” il merito di credito spagnolo al gradino più basso sopra lo status di “spazzatura” pur mantenendo prospettive negative, con la motivazione (che anche la vostra portinaia sarebbe riuscita ad elaborare) che la volontà espressa dalla Bce di comprare il debito sovrano spagnolo riduce il rischio di perdita di accesso al mercato dei capitali. Perché Catalano non è solo un abitante della Catalogna, evidentemente. E anche le agenzie di rating sono sistemate.  La Grecia, inoltre, continua a negoziare più o meno ritualisticamente con la Troika ma pare riuscirà ad avere i suoi aiuti in tempo per evitare l’Armageddon. E quindi crisi finita, buona serata e saluti a casa? Non proprio.

Intanto, la Grecia non appare solvibile e continuerà a non esserlo per molto tempo. Da qui conseguiranno nuovi allungamenti dei termini di rientro del salvataggio, per evitare di materializzare l’alternativa di un writedown, cioè di un abbattimento del valore dei crediti erogati finora dalla Ue ad Atene. La Spagna è e resta un paese a pezzi, con un sistema bancario quasi distrutto ed un altissimo rischio di disintegrazione statuale. Inoltre, il calo dei costi del debito, pur importante e destinato a proseguire, è ancora lungi dall’evitare che il rapporto debito-Pil si autoalimenti: quindi serviranno nuovi puntelli, di varia natura.

Un discorso analogo vale per il nostro paese: un avanzo primario importante ma un’economia bombardata, ampi cumuli di macerie per le strade e dentro le persone, ed altri che ne arriveranno, riforme strutturali assai poche, analogamente agli altri paesi. E questa costante dovrebbe servire a convincere tutti i sapientoni che per due anni hanno letto gli spread come sanzione alla dissipatezza fiscale vera e presunta di paesi riottosi, che in realtà tutto dipende dai flussi dei mercati finanziari, nel bene e nel male. Basti pensare che oggi abbiamo importanti asset manager globali, quali Pimco, che stanno cautamente rientrando sul debito spagnolo e italiano, sia sovrano che delle banche. Dio ti benedica, Mario D.

Chiariamo il punto: non siamo alla vigilia di un boom. I sistemi bancari restano in credit crunch, la domanda continua a latitare, i consumi delle famiglie sono morti, il mercato del lavoro è in condizioni tragiche e per rianimarlo serviranno robusti tagli agli stipendi nominali, magari indotti da cifre di disoccupazione inaudite. La pressione deflazionistica resta con noi, con buona pace di altrettanti sapientoni ottusamente germanofili che guardano l’indice dei prezzi al consumo e farneticano di rischi inflazionistici.

Il punto vero è che stiamo andando verso la cronicizzazione della crisi. Resteremo in Quaresima per molto tempo. Stapperemo una bottiglia di quello buono, solo per accorgerci che sa irrimediabilmente di tappo, quando vedremo il Pil crescere zero e non più decrescere.

Oggi l’ineffabile François Hollande, in una intervista ad alcuni giornali europei che leggeremo domani, ha detto che “il rischio di esplosioni per l’Eurozona è finito”, e che siamo “vicinissimi all’uscita” dalla crisi. C’è del vero in questi concetti, guardando il panorama questa mattina. Ma Hollande sa perfettamente che, se la follia austerica tedesca fosse proseguita alla velocità che ha messo in ginocchio cinque paesi, anche la Francia sarebbe crollata, e con essa l’intero continente, trasmettendo lo tsunami al pianeta. Per i laureati in dietrologia avanzata, non possiamo escludere che Hollande abbia fatto una telefonata a Berlino, magari in triplex con un signore “abbronzato” che sta a Washington, ed abbia fatto presente il rischio nucleare che aleggiava sul mondo. E così, i tedeschi di nascita e di adozione potrebbero aver transato, accettando riforme col piede sollevato dall’acceleratore in cambio della MAD (Mutually Assured Destruction).

Scopriremo tra qualche tempo se la crisi si è realmente cronicizzata. Ma se le cose fossero andate effettivamente in questi termini, il premio Nobel per la Pace all’Unione europea andrebbe riletto con occhi diversi.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!