Giappone, area economica sismica

L’economia giapponese è in grave e crescente affanno. Il Pil è tornato in rallentamento, dopo la botta “keynesiana” successiva alla ricostruzione post-terremoto. La domanda interna resta molto debole e lo yen troppo forte per permettere al paese di usare l’export come motore di ripresa. Cose che in generale accadono, quando i maggiori paesi e regioni economiche del pianeta si trovano nelle stesse identiche condizioni e pensano di usare le stesse leve per trarsi d’impaccio. Ma in Giappone c’è di più e di peggio.

La Bank of Japan, nel suo ultimo meeting, ha deciso di espandere per l’ennesima volta le proprie operazioni di easing quantitativo, per ulteriori 10.000 miliardi di yen, circa 97 miliardi di euro, che portano il totale a 80.000 miliardi. Il tasso chiave di politica monetaria, l’overnight, resta bloccato nel corridoio 0-0,25 per cento. Ma lo yen resta cocciutamente robusto. A questo quadro si aggiunge una crisi politica ormai cronica, con la disputa tra il Partito Liberaldemocratico (che ha governato il paese per decenni, dal dopoguerra), ed il Partito Democratico, oggi al governo. Il primo esige elezioni anticipate, anche in contropartita per aver acconsentito ad un piano di forte aumento delle imposte sui consumi per ridurre il deficit, e minaccia di impedire al governo di reperire i fondi per finanziare il deficit di quest’anno. Se quei fondi non saranno trovati entro fine novembre, il paese affronterà qualcosa di simile al fiscal cliff che minaccia gli Stati Uniti dal primo gennaio. E’ probabile che, in entrambi i paesi, non si arrivi a questo esito infausto, ma i problemi per il Giappoone restano, gravi e strutturali.

Come si diceva, la debolezza ormai cronica della domanda domestica richiede di essere compensata da una forte spinta dalle esportazioni. Ma la debolezza dei mercati di sbocco dei prodotti giapponesi e lo sciopero dei consumatori cinesi contro i marchi del Sole Levante, a seguito di una disputa territoriale su alcune isole del Mar Cinese Meridionale rivendicate da Pechino, ha causato un crollo dell’export giapponese verso la Cina. Inoltre, il Giappone si trova ad avere un pesante e non transitorio deficit energetico, dopo che il sisma ha determinato il blocco della produzione di energia da impianti nucleari. Il combinato disposto di queste situazioni sta erodendo il surplus delle partite correnti del paese, a causa del rosso di bilancia commerciale.

Come ampiamente noto, il paese ha poi un profilo demografico non favorevole alla crescita economica. L’invecchiamento della popolazione sta accelerando, la generazione dei baby boomers sta andando in pensione, il tasso di dipendenza è in aumento, mentre una fertilità molto bassa ed una forte avversione all’immigrazione completano il quadrio critico di un’economia che da tempo non cresce e che è sottoposta a continue pressioni deflazionistiche.

Il paese ha inoltre condizioni di finanza pubblica disastrose: dopo aver chiuso il 2011 con un rapporto deficit-Pil al 9,5 per cento, per quest’anno la previsione di consenso è al 9,1 per cento. La manovra della tassa sui consumi prevede che l’aliquota passi dall’attuale 5 per cento all’8 per cento da aprile 2014, per toccare il 10 per cento a ottobre 2015. Se per quella data il paese non avrà trovato modo di rilanciare la crescita, il rischio è quello di avvitarsi in una spirale molto pericolosa, date le caratteristiche demografiche giapponesi.  A fine 2017, il paese è atteso avere uno stratosferico rapporto debito-Pil del 250 per cento, finora reso finanziabile dal risparmio domestico e dal surplus commerciale, con i residenti che posseggono il 95 per cento dello stock di debito. Ma entrambe le leve di finanziabilità stanno rapidamente venendo meno, innalzando in  modo significativo il rischio di una crisi finanziaria. Per evitare la quale, quindi, servirebbe puntare, senza troppa fantasia né originalità, sull’export. Per il quale serve un mini-yen.

La valuta è in effetti attesa deprezzarsi nel medio termine, per motivazioni fondamentali: la distruzione di capitale fisico a seguito del sisma ha determinato un calo della produttività del paese, e già questo dovrebbe porre il cambio su un livello di equilibrio più basso. Allo stesso modo, l’erosione del saldo delle partite correnti rimuove un elemento di forza del cambio. Ma l’ipotesi di forzare il cambio al ribasso per via finanziaria resta in piedi. La Bank of Japan, secondo alcuni osservatori, potrebbe avviare un easing quantitativo ancora più aggressivo comprando attivi esteri, in modo non troppo dissimile da quanto sta facendo la Banca Nazionale Svizzera contro euro. In tal modo il mondo verrebbe inondato di yen, ed il cambio potrebbe finalmente deprezzarsi. Ma esiste una controindicazione molto seria, a questa strategia.

Finora infatti i giapponesi hanno trovato utile continuare a finanziare stato e banche grazie alla certezza che ogni premio di rendimento di attivi esteri sarebbe stato eliminato dall’inesorabile apprezzamento del cambio dello yen. Se la situazione dovesse cambiare, è verosimile attendersi che i residenti giapponesi comincerebbero a disinvestire attivi domestici per dare la caccia a guadagni in conto cambi, all’estero. La palla di neve diverrebbe valanga e rapidamente il governo di Tokyo si troverebbe impossibilitato a finanziare il deficit, mentre le banche subirebbero un pesante dissesto conseguente al violento rimbalzo dei rendimenti sullo yen che tale situazione produrrebbe. Il paese cadrebbe in una crisi finanziaria da fare impallidire quella dell’Eurozona, e le onde sismiche si propagherebbero a tutto il pianeta.

Naturalmente le cose potrebbero non andare in questi termini: il governo potrebbe imporre feroci controlli sul movimento di capitali in uscita; potrebbero essere adottate misure di repressione finanziaria per sottoscrivere forzosamente le passività di banche e sovrano. Ma resta la criticità di fondo: il paese sta lentamente ma inesorabilmente evolvendo verso la fine del proprio modello di sviluppo, e rischia una gravissima crisi fiscale e finanziaria, con o senza una banca centrale che, di questo passo, farà easing quantitativo comprando direttamente azioni, in una interessante finzione, quella del trionfo del fiat money. A conferma del fatto che quello di moneta, in casi estremi, finisce con l’essere concetto antropologico di comunità, più che di valore intrinseco e tangibile ad essa.

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