Italia, paese di privatizzatori con le tasse degli altri

La notizia di per sé non è neppure eclatante: il comune di Roma si accingerebbe a “razionalizzare” il sistema delle municipalizzate, accorpandole in una super-holding che dovrebbe poi essere quotata in borsa. Naturalmente non verrebbe quotato il pacchetto di controllo perché, come sapete, “la funzione di pubblica utilità è fondamentale per tutelare l’utenza e la democrazia”, e così spero di voi. Ma questo logoro modo di operare causerebbe (causerà) una sequenza altrettanto caratteristica.

Intanto, le municipalizzate e le controllate dal comune di Roma presentano, nella maggior parte dei casi, problemi di insufficiente redditività, che finirebbe col disincentivare i potenziali azionisti. Che si fa, in questi casi? Delle due, l’una: o si tagliano i costi, incluso e soprattutto quello del personale, o si alzano i ricavi, cioè le tariffe. Qualcuno tra voi pensa realisticamente che un’entità controllata da una struttura pubblica (e che struttura pubblica, visto che stiamo parlando del comune di Roma, quello delle varie parentopoli) sceglierebbe la prima ipotesi? No, vero? E quindi, che accadrebbe? Che si finirebbe con l’alzare le tariffe, magari dimostrando che sono ferme dagli anni Cinquanta o cose del genere.

I privati azionisti di minoranza, poi, quanto e più di come già fanno ora finirebbero col rafforzare l’antica idea cucciana del “centauro” misto, quello in cui i privati menano le danze da posizioni di minoranza ed il pubblico, docile, si adegua. Perché i voti si pesano, non si contano. Nel frattempo, l’incasso della quotazione (a proposito, complimenti per il timing) finirebbe ad alimentare il solito caravanserraglio: ripianamento di deficit corrente, clientele, amici, parenti e via enumerando.  La formula magica, anch’essa ben logora, anzi il “modello di gestione”, come direbbero quelli che hanno studiato nelle business school, è già pronta:

«Perché l’operazione possa essere realizzata deve esserci ovviamente la prospettiva di remunerazione per chi investe – aggiunge il tecnico al lavoro sul dossier – e per far questo bisogna cambiare approccio nella conduzione di società come Ama e Atac, puntando a modelli di gestione a carattere privatistico»

Si creano SpA controllate dal pubblico, e si cerca di sottrarsi a residue forme di controllo pubblico, e l’operazione è fatta.

Al termine del giro di giostra, avremmo con alta probabilità l’ennesima fiammata inflazionistica da tariffe amministrate, i “privati” contenti e remunerati, le controllate “miste” ancora su livelli di efficienza sottodimensionata ed organici sovradimensionati, la classe politica ancora in sella grazie alle mancette distribuite, e via verso nuove avventure. In attesa che si compia anche questo ennesimo sfregio, ricordate che la differenza tra pubblico e privato (soprattutto in Italia, ma anche in giro per il mondo) non esiste, o meglio esiste solo sui sacri testi del liberismo onirico. In Italia, nella fattispecie, esiste una gruppo trasversale di soggetti, che entrano ed escono tramite porte girevoli da ciò che è  giuridicamente e formalmente pubblico per andare in ciò che è giuridicamente e formalmente privato (e viceversa), mangiano a quattro palmenti e poi vi spiegano cosa sono managerialità e “progetto futuro per il paese”. E voi pagate, cari inguaribili sognatori, “statalisti” o “liberisti” che vi dichiariate, al bar, sul tram o nei talk show televisivi.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!