Macromonitor – 3/2/2013

Concluso il primo mese del nuovo anno, uno sguardo su come stanno modificandosi scenario e previsioni di fine 2012.

Dopo il deterioramento delle prospettive di crescita globale suggerito dai dati macro pubblicati in dicembre, le evidenze delle ultime settimane (quali gli indici dei direttori acquisti manifatturieri e dei servizi, pubblicati la scorsa settimana) vanno in direzione di un recupero dei livelli di attività. Nel mese di gennaio i mercati azionari hanno proseguito il proprio rally, sulla base di motivazioni quali la ulteriore riduzione del rischio percepito di eventi negativi estremi, la presenza di un premio al rischio ancora storicamente molto elevato, l’ingresso sul mercato di investitori ritardatari. Meno brillante è risultato l’andamento dei prodotti a spread, quali le obbligazioni societarie, che hanno risentito di correnti di vendita da parte di investitori che ritengono che la ripresa economica sia reale e che possa quindi tradursi nella fine del periodo di denaro a buon mercato. Allo stato attuale, tuttavia, l’ipotesi di una migrazione di massa dal reddito fisso all’azionario necessita di ulteriori evidenze di revisioni al rialzo delle previsioni di crescita economica e degli utili aziendali.

Sul mercato dei titoli di stato, questa settimana le vendite si sono prese una pausa, mentre il mercato riflette sulla possibilità che la Fed possa essere la prima banca centrale a cominciare il ritiro dello stimolo monetario, date le apparentemente migliori prospettive di crescita per gli Stati Uniti, al netto di un dato di Pil del quarto trimestre in contrazione per eventi che tuttavia appaiono più episodici che indicativi di una tendenza. Al contempo, gli investitori cominciano a valutare gli effetti sulla crescita dei tagli automatici di spesa che entreranno in vigore tra un trimestre, dopo che il Congresso ha congelato il limite legale al tetto del debito federale. Sui mercati emergenti prosegue il momento positivo del debito in valuta locale, grazie a rendimenti reali comparativamente più elevati rispetto ai mercati sviluppati, oltre che a prospettive di allentamento della politica monetaria per alcuni paesi, per effetto di crescita in rallentamento e riduzione delle pressioni inflazionistiche.

Sul mercato azionario, il mese di gennaio ha visto un robusto rally che ha portato gli indici globali a ridosso dei massimi di maggio 2011. Malgrado gli indicatori di breve termine appaiano piuttosto tesi, suggerendo l’esigenza di una pausa di consolidamento, i flussi in entrata ed il posizionamento continuano ad alimentare i rialzi. Il mercato statunitense continua a perfomare meglio di altri, con l’eccezione di quello giapponese, malgrado la reporting season ed i dati macro non appaiano eclatanti. Probabilmente tale situazione è da ricondurre alla percezione di un calo del rischio, anche a seguito dell’accordo di rinvio sul tetto del debito federale, oltre che a flussi di portafoglio, come detto.

Sui mercati obbligazionari a spread, la settimana ha fatto segnare diffuse vendite, con gli high yield che hanno fatto peggio dell’investment grade e l’Europa che ha fatto peggio degli Stati Uniti. Tale movimento deriva da timori di movimenti rialzisti dei tassi d’interesse ufficiali e dalla possibilità di qualche evento di credito negativo, quale il dissesto di qualche emittente di scarsa qualità ma che ha sin qui trovato sostegno e sopravvivenza nella politica monetaria eccezionalmente lasca. Anche le ipotesi di rotazione di portafoglio da obbligazionario ad azionario, pur se non ancora supportate da evidenze, hanno alimentato cautela sull’asset class.

Sul mercato dei cambi, i movimenti sono stati condizionati da timori di movimenti rialzisti globali sui tassi d’interesse. L’euro si è quindi rafforzato sul dollaro e lo yen si è indebolito, come accadrebbe di solito in circostanze di ridotta avversione al rischio e prospettive di crescita accresciute o percepite come tali. Considerazioni analoghe valgono anche per quasi tutte le valute dei paesi produttori di materie prime, al netto di fattori locali che hanno impedito gli esiti previsti. Le valute emergenti asiatiche (won sudcoreano, dollaro di singapore e yuan cinese), ad esempio, si sono indebolite anziché apprezzarsi contro dollaro, probabilmente a causa della forte debolezza dello yen, che rischia di innescare un indebolimento dell’export globale di tali paesi e quindi di spingerli (come extrema ratio, e nella percezione del mercato) a manovre equivalenti sul proprio cambio, anche se al momento non vi sono evidenze che ciò possa accadere.

In settimana, materie prime in rialzo di circa il 2 per cento in dollari, diffuso su tutti i settori. Pressioni rialziste sul prezzo del greggio Brent derivano da continui problemi di produzione, mentre il gas naturale beneficia negli Stati Uniti del clima più rigido del previsto e della conversione al gas da altri combustibili

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