Argentina, asfissia valutaria

Il governo argentino ha deciso di aumentare la commissione sull’utilizzo delle carte di credito per transazioni in dollari, portandola dal 15 al 20 per cento ed al nuovo cambio di 6,1 pesos per un dollaro, contro il cambio ufficiale di 5,05. Le carte di credito sono diventate lo strumento preferito degli argentini per aggirare i feroci controlli sui cambi imposti dal governo di Buenos Aires, che tenta disperatamente di evitare i deflussi di riserve valutarie, causati da anni di politiche economiche demenziali che hanno finito col drogare la domanda interna, determinando continue erosioni della competitività del paese. Ma ora il decumulo delle riserve sta divenendo davvero preoccupante, ed il punto di non ritorno appare in vista.

Il mese scorso, il debito in dollari su carte di credito ha toccato un nuovo record a 494 milioni di dollari. Tali transazioni sono incentivate dal fatto che il cambio turistico del peso contro dollaro, anche dopo il balzello governativo, resta molto più conveniente del cambio di mercato nero, che ha ormai raggiunto gli 8,5 pesos per dollaro. Ed i risultati non si sono fatti attendere: per la prima volta da oltre un decennio l’Argentina ha un deficit da turismo, mentre le riserve ufficiali in dollari, pari a 41 miliardi, sono pari a circa la metà delle obbligazioni estere del paese. Nel 2013 è previsto che il governo argentino spenderà 10,3 miliardi di dollari per il pagamento degli obbligazionisti non residenti, e ciò aumenterà la pressione sullo stock di riserve del paese. Ad oggi, le riserve valutarie argentine coprono il 70 per cento delle obbligazioni in valuta estera dei prossimi cinque anni: intuibile la criticità del problema, che potrebbe diventare ingestibile se l’Argentina dovesse essere costretta a pagare le cedole anche ai detentori di vecchi titoli di debito del paese che hanno rifiutato il concambio con nuovi titoli, anni addietro, e che hanno in corso un’azione legale negli Stati Uniti.

Nei primi dieci mesi del 2012 gli Stati Uniti hanno ricevuto oltre mezzo milione di turisti argentini, con un aumento di circa il 20 per cento sull’anno precedente. Lo scorso anno, la spesa all’estero degli argentini è aumentata del 10 per cento, a 3,2 miliardi di dollari, mentre la spesa degli stranieri in Argentina è calata del 12 per cento, a 3,1 miliardi, primo deficit dal 2001. Lo scorso anno la banca centrale argentina ha venduto ai propri connazionali 5,6 miliardi di dollari per finalità di turistiche, con un aumento di ben il 76 per cento sull’anno precedente, e nuovo massimo degli ultimi dieci anni.

Il governo sta quindi cercando con ogni mezzo di impedire l’utilizzo di dollari da parte di non residenti, ma sinora il deflusso di riserve non è stato neppure scalfito dalle misure amministrative prese dal governo: tra esse figura anche il divieto di utilizzare dollari per concludere transazioni immobiliari e di risparmio. Condannati alla gabbia del peso, afflitto da un’inflazione reale intorno (o forse sopra) il 25 per cento, gli argentini reagiscono come possono, e mettono comunque nei guai il governo. Prossima fermata, la chiusura fisica delle frontiere? Domandina: che fate se siete un paese che ha terminato le proprie riserve valutarie ed avete perso l’accesso ai mercati internazionali? Risposta: in condizioni normali, andate col cappello in mano dal Fondo Monetario Internazionale a negoziare una linea di credito. Ma quante probabilità avete di vedervela accordata, se siete stati ammoniti dal FMI medesimo a causa di dati di inflazione palesemente taroccati?

Ci vorrà forse qualche tempo, anche perché l’andamento decente dei corsi delle materie prime sui mercati internazionali ha sinora rinviato l’appuntamento con la realtà, ma con questa traiettoria l’Argentina è spacciata. A meno che la signora Kirchner, o chi per essa, non decida di farsi un bel viaggio a Canossa. E quella sarà l’unica forma di turismo che porterà dollari, anziché spenderne.

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