Egitto, conti pubblici fuori controllo

Il ministero delle Finanze egiziano ha rivelato, giorni addietro, che nel terzo trimestre fiscale (gennaio-marzo) il deficit pubblico è letteralmente esploso, travolgendo tutti i target governativi. Nei primi tre trimestri dell’anno fiscale 2012-2013, il deficit-Pil ha toccato il 10,1 per cento del Pil previsto per l’intero anno, contro un obiettivo governativo del 10,7 per cento per l’intero anno. Nella prima metà dell’anno fiscale il rapporto era al 5,1 per cento del Pil annuale. Le stime riviste ipotizzano ora un deficit-Pil al 12,1 per cento ma, considerando l’andamento stagionale delle leggi di spesa, che tende ad innalzarsi nell’ultimo trimestre dell’anno fiscale, è molto probabile che anche quell’obiettivo verrà mancato. L’avvitamento prosegue, ed il paese appare in una pericolosa deriva economica, che rischia di sfociare nel collasso.

In dettaglio, nei primi nove mesi dell’anno fiscale (che inizia a luglio), le entrate sono aumentate del 5,3 per cento nominale sullo stesso periodo dell’anno precedente, grazie ad un balzo del 19 per cento dell’equivalente dell’Iva. Parte dell’aumento di gettito è però da porre in relazione al deprezzamento del cambio, che spinge il gettito da imposte indirette sui beni importati. Ma quello che colpisce negativamente è la vera e propria esplosione della spesa pubblica, che cresce del 23 per cento su base annuale.

L’instabilità politica si traduce infatti in aumento delle remunerazioni per i dipendenti pubblici, nel tentativo di comprare consenso. Ma una componente rilevante della maggiore spesa pubblica è frutto dell’effetto perverso legato al cambio: come noto, l’Egitto ha un pesantissimo (per i conti pubblici) sistema di sussidi su alimentari ed energia, che sono in larga parte importati. Il violento deprezzamento del cambio rende le importazioni sempre più costose, motivo per il quale anche l’esborso pubblico per sussidi esplode e registra, nei primi nove mesi dell’anno fiscale,  un incremento del 15,2 per cento sullo stesso periodo dello scorso anno. La terza pesante voce di spesa pubblica è data dagli interessi sul debito sovrano, detenuto esclusivamente da residenti, nello specifico dal sistema bancario nazionale, che paga tassi compresi tra il 13 ed il 17 per cento.

Come già segnalato, il paese perde riserve valutarie copiosamente, per il combinato disposto di una industria petrolifera morente per deficit di investimenti, mentre il settore turistico è agonizzante: secondo l’associazione egiziana degli albergatori il tasso di occupazione degli alberghi al Cairo è al 15 per cento, ed a Luxor addirittura del 5 per cento, mentre reggono solo i resort sul Mar Rosso, grazie soprattutto al turismo russo.

E mentre i negoziati col Fondo Monetario Internazionale segnano il passo, il paese rischia di avvitarsi in una spirale inflazionistica molto pericolosa, causata dall’intervento della banca centrale in monetizzazione del deficit pubblico, visto che le banche commerciali hanno sempre meno margini per assorbire le nuove emissioni di debito pubblico. In un paese ad altissimo rischio di disordini sociali quale l’Egitto, ogni aumento dei prezzi innalza enormemente il rischio di moti di piazza. Ma, allo stesso modo, anche rimuovere i sussidi su alimentari ed energia causa violenti rialzi dei prezzi, amplificati dalla debolezza del cambio, in un paese ormai incapace di esportare alcunché, e minato da un processo di deindustrializzazione ormai terminale.

E’ importante che la comunità internazionale tenga gli occhi sull’Egitto e sul suo crescente rischio di implosione economica e deflagrazione sociale. Anche per evitare di trovarsi a leggere editoriali di sbigottimento quando l’inevitabile accadrà. Ma è altresì vero che, allo stato attuale, nessuno pare poter fare qualcosa.

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