Che significa essere un paese in crisi fiscale – 4

Interessanti osservazioni del ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, durnate un Question Time al Senato. Sono la conferma che i soldi sono tragicamente terminati, però non si può dire.

Il ministro apre con una osservazione che lascia lievemente perplessi: convocherà le parti sociali “per capire quali sono gli interventi più efficaci” in materia di mercato del lavoro. Che detta così non suona affatto rassicurante. Il ministro (ed il governo) ad esempio sono disposti a sottoscrivere i “suggerimenti” di Susanna Camusso, che vede esodati, esodabili e lavoratori “logori” ad ogni angolo di strada, e vorrebbe per loro finestre (o più verosimilmente, dei canyon) di prepensionamento senza oneri, e non con aggiustamento dei coefficienti di trasformazione per raccordare l’assegno pensionistico alla speranza di vita? Oppure Giovannini sottoscriverebbe il veto sindacale alla necessità di rimuovere la rigidità in ingresso causata dalla riforma Fornero?

Sulla cassa integrazione in deroga, poi, i nodi sono sempre più prossimi al pettine. Il governo intende mettere a disposizione risorse molto limitate (“a brevissimo termine”), ed in seguito rivedere l’istituto perché “non si può rifinanziare lo strumento senza rivisitarlo”. Perché, come noto, la cig in deroga grava sulla fiscalità generale e non è finanziata da imprese e lavoratori. Aggiunge Giovannini che il tema della “rivisitazione” della cig in deroga sarebbe “sentito anche dalle Regioni e dalle parti sociali”. Si, nel senso che qualcuno già suda freddo all’idea che i soldi manchino, e migliaia di persone si trovino senza reddito né lavoro. Ad esempio, il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, ha già scolpito che non avere quelle risorse equivarrebbe ad una “dichiarazione di guerra”. Che per un condottiero come lui, che vuole la macroregione ed il 75 per cento delle risorse fiscali trattenute sul territorio, sarebbe una passeggiata, no?

Ma è soprattutto una frase di Giovannini che pare mettere la pietra tombale sulle velleità di assunzioni defiscalizzate con cui il Pdl si riempie la bocca da alcuni mesi. La frase del ministro è disarmante:

«Studi sul tema della defiscalizzazione e della decontribuzione ci dicono che devono esserci varie condizioni perché questi sistemi abbiano effetto, e non è detto che in questa fase economica questa sia necessariamente la priorità»

Servirebbe una decodifica, qui. Non è prioritario ridurre il costo del lavoro nel paese europeo che ha sinora fatto i minori progressi nel recupero di competitività? Si, lo è, ma non ci sono soldi pubblici. Quando la disoccupazione avrà demolito la contrattazione collettiva e sbriciolato le retribuzioni nominali, troveremo un equilibrio e ripartiremo. Che poi, se la decontribuzione non è prioritaria, in cosa consisterebbe il famoso pacchetto-giovani che il governo dovrebbe licenziare a giugno? In qualche fumoso efficientamento del collocamento? O nel ridicolo ed ipocrita pannicello caldo della riduzione dei tempi tra un contratto a termine e l’altro?

Giovannini non ha tutti i torti, quando dice che senza domanda l’occupazione non può ripartire. O meglio, può ripartire, come detto sopra, solo al termine di un processo di vietnamizzazione del lavoro italiano, che rilanci le esportazioni. Tuttavia, poiché è piuttosto improbabile che l’Italia finisca ad esportare gran parte del proprio Pil, ecco che la trasformazione competitiva resta una chimera, soprattutto in un paese sempre più anziano quale l’Italia.

Sull’Imu, su cui eviteremmo di tornare, pare che domani il cdm varerà la sospensione sulla prima casa e su poco altro, sempre in attesa del leggendario “riordino”. Ma riordino non significa riduzione della pressione fiscale, perché i margini in quel senso sono nulli, come vi diciamo ormai stucchevolmente da tempo.

Un governo nato morto, che insiste a fingere di voler mettere mano a riforme e riduzione di pressione fiscale, quando anche i sassi sanno che non accadranno né le une né l’altra per manifesta impossibilità, politica e materiale, leggasi di risorse. Al netto delle pubbliche dichiarazioni di peones, leader e leaderini che continuano a credere a Babbo Natale, l’unico gioco perverso è questo surplace retorico sul Grande Cambiamento, in attesa che la situazione precipiti e si torni al voto. O, più propriamente, si torni al vuoto.

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