Macromonitor – 9/6/2013

I mercati rischiosi sono rimasti volatili anche nella settimana appena trascorsa, mentre continuano processi di neutralizzazione e prese di  profitto sulle posizioni più ampie costruite nel corso degli ultimi mesi. L’azionario dei paesi sviluppati tenta una stabilizzazione, mentre le maggiori perdite si registrano ancora sugli attivi che erano stati premiati nel processo di ricerca di rendimento, come titoli societari a lunga scadenza e titoli di stato emergenti. Il dato sul mercato del lavoro statunitense di maggio potrebbe preludere alla fine della correzione sui mercati.

La correzione, come noto, è stata innescata da una serie di ammonimenti da parte di membri della Fed circa la possibilità di un imminente rallentamento degli acquisti da parte della banca centrale statunitense. Le previsioni di consenso non indicano al momento alcuna significativa revisione al rialzo delle stime di crescita globale, ma questo non significa che gli investitori debbano disinteressarsi della volatilità dei mercati, e mantenere inalterate le posizioni. Nell’attuale e non convenzionale ciclo di politica monetaria della Fed, occorre distinguere tra rallentamento (e conclusione) degli acquisti di attivi da parte della banca centrale ed inizio di una fase di rialzo dei tassi ufficiali di interesse. La rimozione di tale stimolo monetario è destinata ad avere un impatto importante, data la sua eccezionale durata ed ampiezza. Proprio queste caratteristiche potrebbero infatti aver indotto nei mercati una “abitudine” che di solito si esprime in termini di utilizzo di ampia leva finanziaria, in contesti anche non prevedibili. Date tali premesse, quindi, le indicazioni operative prevedono di restare su attivi rischiosi liquidi e caratterizzati da elevato premio al rischio, come l’azionario, e di rivedere l’investimento in attivi che sinora sono stati premiati dalla spasmodica ricerca di rendimento e sono quindi più vulnerabili ad un cambiamento di regime di politica monetaria.

Sul mercato dei titoli di stato, ancora un lieve ribasso per il debito dei paesi sviluppati, ma forse si è sinora andati troppo in là nello scontare una fine precoce dell’allentamento monetario. Nel breve termine, quindi, la stabilizzazione dei mercati potrebbe condurre ad una riduzione dei rendimenti di mercato, fermo restando il percorso di loro graduale aumento, che ad oggi appare l’ipotesi più verosimile.

Sul mercato azionario, le vendite delle ultime settimane appaiono ancora di natura essenzialmente tecnica, e non in grado di alterare l’attrattività dell’investimento che poggia su un premio al rischio storicamente molto elevato, una valutazione più attraente rispetto all’obbligazionario, un quadro macro stabile negli Stati Uniti ed ancora ampia liquidità globale.

Sul mercato dei cambi si registra un vistoso rafforzamento dello yen, dopo che il mercato dei titoli di stato giapponesi è apparso destabilizzato dalle misure di politica monetaria e dopo che l’annuncio del premier Shinzo Abe di riforme strutturali è apparso largamente indeterminato, deludendo aspettative molto elevate. C’è tuttavia da dire che le posizioni ribassiste sullo yen non necessitano di riforme strutturali nel paese, per restare in essere, quanto della persistenza del deficit commerciale e di rendimenti reali in calo rispetto al resto del mondo.

In settimana, materie prime poco mosse, verosimilmente perché nelle ultime settimane non hanno rappresentato un trade molto affollato, a causa della loro assenza di rendimento e di prospettive di crescita (soprattutto dei paesi emergenti) in progressivo ridimensionamento. I metalli preziosi dovrebbero continuare a soffrire per il trend disinflazionistico ed il progressivo abbandono di politiche monetarie non convenzionali eccezionalmente espansive. Il petrolio dovrebbe continuare a fare meglio dei metalli industriali per caratteristiche dell’offerta e per l’assenza di prospettive di crescita più vigorosa.

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