Socialismo a leva

Come i più perspicaci tra voi avranno notato, da queste parti ci si diverte un mondo con le fantasmagoriche trovate del governo argentino per tentare di controllare l’economia e la società del paese in modo sempre più pervasivo, mentre la realtà si incarica di suonare la sveglia e stimolare sempre nuove idee dell’esecutivo. E’ un vero e proprio manuale su come ottenere senza troppa fatica uno stato fallito. Sono precetti che anche la politica italiana, volendo, potrà seguire. Basta copiare dai maestri.

L’ultima dall’Argentina, quindi, è una grande “riforma” del mercato dei capitali domestici, contenuta in una legge barocco-latina di ben 156 articoli (altra caratteristica che ci accomuna ai sudamericani, il tentativo di legiferare su ogni respiro del creato, per permettere agli attori sociali di aggirare la sostanza della norma in modo creativo, come si addice a dei latini), di cui meno di 40 sono entrati in vigore a inizio agosto.

I principi che informano la riforma sono del tutto condivisibili, alti e nobili, come diremmo qui da noi. Siamo certi che il legislatore li avrà giustamente enfatizzati come un passo verso la civiltà, almeno a giudicare dagli obiettivi che tale articolato dovrebbe perseguire: efficienza, trasparenza, equità, proteggere i diritti degli investitori, minimizzare il rischio sistemico e promuovere la competizione. Una favola, insomma. Ed in effetti, la legge appare davvero un modello molto avanzato di tutela degli interessi degli azionisti di minoranza.

L’articolo 20 della legge stabilisce infatti che, se un azionista di minoranza (che esprima almeno il 2% del capitale) lamenti una lesione dei propri diritti, la Comisiòn Nacional de Valores, che è l’equivalente argentino della nostra amata Consob, ha facoltà di intervenire in maniera a dir poco drastica, e nominare supervisori con potere di veto sulle decisioni del consiglio di amministrazione dell’azienda interessata, e nei casi più gravi giungere addirittura a sospenderne il cda sino a 180 giorni.

Che ve ne pare, non è fantastico tutto ciò? Pensate, abbiamo un watchdog onnipotente, di quelli che noi in Italia ci sogneremmo (o forse sarebbe più propriamente un incubo), che scatta in azione su esposti di azionisti di minoranza assai poco qualificata, cioè con soglia minima del 2%. Forse una soglia sin troppo bassa, soprattutto rispetto alle potenziali sanzioni. Ma aspettate, il meglio deve ancora venire: capita infatti che azionista di molte società quotate (di 37, per l’esattezza) siano i fondi pensione argentini. I quali, casualmente, sono stati nazionalizzati nel 2008, per razziare le loro riserve, valutarie e di liquidità. La scelta della soglia del 2% è altrettanto casuale, ovviamente, dopo aver osservato la distribuzione delle partecipazioni dei fondi pensione.

Ecco, quindi, che lo stato può finire con il controllare in modo pressoché completo i destini di ampia parte delle società private argentine quotate in borsa. Basta che l’amministrazione delle partecipazioni dei fondi pensioni, ora pubblici, presenti un esposto alla Consob indigena. La quale, essendo certamente un modello di indipendenza, potrebbe finire con lo sterilizzare a proprio piacimento il cda e la guida operativa delle società quotate. Non solo un caso di cattura regolatoria del tutto sui generis, perché sarebbe la mano pubblica a tenere il guinzaglio del regolatore, ma addirittura con un investimento risibile nel capitale delle società quotate (basta il 2%, come visto), il settore pubblico ha potere assoluto sulla vita delle imprese private quotate, di cui è socio di infima minoranza. Un caso di leva societaria al servizio della nazionalizzazione. Scatole cinesi, o meglio argentine.

I nostri politici dovrebbero studiare questi modelli: è raro o pressoché impossibile, sul pianeta, vedere simili ardimentose costruzioni in tutta la loro stupefacente disfunzionalità.

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