Il nuovo filone della patrimoniale all’italiana

Mentre nel paese proseguono i potenti ragli di esponenti della nostra classe verbale-digerente su vie e modi per uscire dalla crisi, le imposte a contenuto patrimoniale diretto ed indiretto proseguono la loro lunga marcia verso la “Grande Compensazione” tra debito pubblico e ricchezza privata che è scritta nel nostro destino.

Oggi sul Sole, ad esempio, c’è un articolo di Marco Mobili e Giovanni Parente che segnala che, nei primi otto mesi del 2013, le imposte che gravano sul risparmio, tra aliquota su interessi, capital gain non qualificati, risultati di fondi comuni d’investimento ed imposta sostitutiva sul deposito titoli (che è la patrimoniale in senso stretto), hanno prodotto un gettito di 13 miliardi di euro, raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2011. L’aliquota del 20% su redditi da capitale ha prodotto un gettito superiore del 156% rispetto allo stesso periodo del 2011 grazie anche e soprattutto al positivo andamento dei fondi comuni d’investimento, che hanno beneficiato di un andamento favorevole dei mercati finanziari, per effetto della “grande reflazione” innescata dalle banche centrali. Questa è imposizione su redditi da capitale, che non è -ribadiamolo- una patrimoniale, ma è comunque tassazione del risparmio. Tale gettito resta tuttavia soggetto in misura rilevante all’andamento dei mercati finanziari. Basta che i rialzi di borsa si trasformino in ribassi, ed ecco che le plusvalenze diventano minusvalenze, ed una parte non trascurabile di gettito si trasforma in credito d’imposta per i risparmiatori.

Ecco quindi che è necessario stabilizzare le entrate, e metterle al riparo da fluttuazioni di mercato. E come si fa, quindi? Semplice: si tassa il capitale, attraverso la famosa imposta di bollo sugli estratti conto titoli e depositi. Introdotta dal governo Monti con il Salva Italia, fissata all’origine all’1 per mille del valore di mercato delle attività, con tetto di 1,2 milioni di euro, da quest’anno è all’1,5 per mille e senza più tetto. Nella Legge di Stabilità si prevede possa salire al 2 per mille, per un gettito di 500 milioni nel 2014. In realtà, anche in questo caso il gettito per lo stato non è “garantito” in senso stretto perché il bollo è calcolato sui depositi titoli valorizzati a mercato, quindi ribassi dei corsi ridurrebbero anche il gettito. A meno che qualche genio non proponga la tassazione a valore nominale, e non di mercato. Mai mettere limiti alla fantasia del legislatore in materia fiscale.

Tuttavia, non deve sfuggire la maggiore “funzionalità” della tassazione del risparmio, sia in forma di patrimoniale che del reddito prodotto dal capitale. L’oggetto dell’imposizione, a differenza degli immobili, è per definizione liquido o quasi liquido, perché negoziato sui mercati finanziari. Se il contribuente non è in grado di pagare l’imposta sostitutiva sul capitale, vende parte della propria posizione, ed ecco che diviene fiscalmente solvibile, con un tratto di penna o con la pressione del tasto di un computer. Provate a farlo con un immobile, se ci riuscite.

Anche per questa considerazione c’è motivo di ritenere che il filone della tassazione del risparmio, reddituale e patrimoniale, sia destinata ad accelerare negli anni a venire. L’imposta su interessi in titoli di stato e risparmio postale, come noto, è rimasta ferma al 12,5%, per esigenze di classamento del debito pubblico. Una distorsione allocativa piuttosto grave, a danno dei prenditori privati di fondi. Vedrete, comunque, che nelle more dell’istruttivo dibattito parlamentare sulla Legge di Stabilità, avremo qualche ulteriore genio (vedi sopra) che dirà che sarebbe utile portare l’aliquota al 22%, e che non ci si dovrebbe lamentare perché, anche così facendo, “la tassazione sarebbe comunque inferiore a quella minima sul lavoro”. Che vuol dire mischiare mele ed arance (perché la tassazione del risparmio è tassazione del reddito disponibile, cioè già tassato in precedenza) e manco è vera, perché quello che conta non è l’aliquota marginale ma quella media effettiva (che si forma dopo aver applicato detrazioni e deduzioni al reddito lordo) che è ben inferiore al 23% di aliquota minima Irpef, sui redditi di lavoro ed assimilati. Ma sono dettagli.

Ah, e la tassazione sui redditi da capitale e patrimoni mobiliari non va comunque a ridurre quella sul reddito da lavoro, in caso vi fosse sfuggito. Perché va a chiudere buchi di bilancio pubblico e a tenerci sulla soglia del leggendario 3% di deficit-Pil, in modo da poter andare in giro a dichiarare che “i nostri conti sono stati risanati”. Certo. Ora dobbiamo solo risanare la psiche da simili concetti, e siamo a cavallo.

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