Apolidi fiscali

(post fintamente tecnico ed autenticamente surreale)

Ricordate il problema delle società-fantasma, in quanto fiscalmente prive di uno stato a cui pagare le imposte? Bene, sotto la pressione internazionale l’Irlanda si è mossa. Tutto resterà come prima, però.

La vicenda è surreale ma fornisce la misura della complessità piuttosto maliziosa delle legislazioni fiscali, e della volontà irlandese di restare qualcosa che formalmente non è un paradiso fiscale ma nei fatti lo è, e degli errori di mira con cui i critici del modello irlandese hanno avanzato le proprie richieste di correzione della normativa fiscale.

Funziona così: l’Irlanda è accusata di permettere il cosiddetto stateless income, cioè la situazione in cui il reddito d’impresa sfugge pressoché totalmente alla tassazione, perché gli stati che (in astratto) avrebbero titolo per l’imposizione finiscono col non farlo, per motivi che vedremo a breve. Un esempio aiuterà ad afferrare il concetto. Anzi, l’esempio per eccellenza, quello di Apple. La principale sussidiaria di Apple ha “residenza statutaria” in Irlanda, cioè è costituita secondo la legge irlandese anche se ha il cuore operativo negli Stati Uniti.

Dire che una società ha residenza statutaria (cioè che è chartered, come dicono gli anglosassoni) in Irlanda non significa dire che sia anche fiscalmente residente, visto che l’Irlanda considera fiscalmente residenti le aziende che sono gestite e controllate operativamente sul proprio territorio, indipendentemente da quale sia la legge nazionale incorporata nello statuto aziendale. E proprio da questa mancata coincidenza di definizioni nasce la prateria elusiva e la società fiscalmente apolide e di fatto esentasse. Nel caso di Apple, visto che la sussidiaria irlandese è gestita e controllata a Cupertino, ai fini fiscali è di fatto esente, perché gli Stati Uniti basano la residenza fiscale nel paese secondo la cui legge una società ha creato il proprio statuto. Nel caso di Apple, in Irlanda. Quindi, Apple (e non solo lei, ovviamente) sfrutta questa specie di mismatch legale tra due nazioni, e resta praticamente esentasse.

Per il combinato disposto di queste norme, la sussidiaria principale di Apple non risulta residente fiscale né negli Stati Uniti né in Irlanda. Siamo quindi in una condizione di utile di bilancio stateless ed anche taxless. Ma la storia non finisce qui, perché il fatto che un reddito d’impresa sia stateless non significa che sia anche necessariamente taxless, e viceversa. Anzi, soprattutto viceversa. Se, ad esempio, la sussidiaria Apple prendesse residenza fiscale alle Cayman, alle Bermuda o comunque in un paese che non ha imposta sul reddito delle società, il suo reddito non sarebbe più stateless, cioè fiscalmente “apolide”, ma continuerebbe ad essere esente da imposte. Perché questo è ciò che differenzia e denomina un paradiso fiscale di fatto e di diritto (Bermuda) da uno “solo” di fatto (Irlanda).

E proprio questa distinzione è stata sfruttata dal governo irlandese per rispondere alle crescenti pressioni internazionali per “fare qualcosa” riguardo a questo gigantesco e del tutto deliberato tax loophole. Solo che il “qualcosa” è purissima forma, che si traduce in una sostanza inalterata. Il Dipartimento irlandese delle Finanze, giorni addietro, ha proposto una modifica di legislazione per tassare le aziende che hanno statuto irlandese e nessuna residenza fiscale. Che cambierà, quindi? Che imprese a statuto irlandese potranno prendere residenza fiscale in un paradiso fiscale, e non saranno toccate dalla modifica. L’Irlanda salva la propria immagine, e le multinazionali continuano a non pagare imposte. Almeno sin quando il G20 o chi per esso non deciderà di muovere contro i paradisi fiscali, veri e propri.

Mai come in materia fiscale il diavolo si nasconde nei particolari.

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