Mentre in Italia si dibatte sull’esito del referendum svizzero di ieri, che determinerà limitazioni all’immigrazione dalla Ue nella Confederazione, con toni ed accenti di rara stupidità ed assenza di comprensione minimale di fenomeno e sue ricadute, la Svizzera nei giorni scorsi ha già cominciato a pagare dazio alla “armonizzazione” alle regole della Ue, e lo ha fatto nell’ambito in cui sinora era stata invidiata e criticata: quello fiscale.

Una notizia che interesserà tutti i sostenitori del nuovo “miracolo” irlandese, cioè la presunta e fantomatica capacità di Dublino di uscire dalla devastante crisi immobiliare che l’ha colpita, costringendola all’assistenza della Troika. Ed in effetti è un bel mistero, viste le metriche di deficit e disoccupazione del paese, che tuttavia non hanno sinora impedito al costo del debito sovrano di calare in modo impressionante, sia pure con qualche aiutino esterno. Presentato il progetto di bilancio 2014, scopriamo che l’Irlanda resta un paradiso del welfare, malgrado i “consigli” della Ue.

Ennesimo editoriale della premiata ditta Alesina e Giavazzi, oggi sul Corriere, relativo al tabù del taglio di spesa pubblica in Italia. Concetti che sarebbero pure condivisibili, se non fossero frammisti alla elevazione a modello di quello che semplicemente modello non è. Mentre, nel frattempo, anche qualche paese virtuoso ed a massimo merito di credito si incammina verso un avvitamento che metterà alla prova la tesi secondo cui i tagli di spesa si possono e debbono fare indipendentemente dal contesto economico circostante, ad esempio durante una crisi fiscale indotta da una recessione che somiglia molto ad una depressione, a sua volta indotta da una crisi finanziaria. Ma andiamo con ordine, sperando di riuscire a farci capire.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre l’intera Eurozona è in messianica attesa delle elezioni politiche tedesche del prossimo 22 settembre, lo stato dell’arte del cosiddetto risanamento dei conti pubblici procede sempre più incerto, con tentativi di aggiustamenti marginali che non fanno che rinviare il giorno del giudizio, mentre nei singoli Paesi crescono gli ostacoli di natura costituzionale ai tentativi di incidere in profondità e retroattivamente sulle voci di spesa relative a pensioni e licenziabilità dei pubblici dipendenti.

Nei giorni scorsi è uscita la notizia che il gestore di un importante fondo d’investimento americano avrebbe comprato grandi quantità di titoli di stato irlandesi, mosso da valutazioni particolarmente ottimistiche sul futuro del paese. Il problema, ed il dato interessante, è che il volume di acquisti pare aver contribuito in misura non marginale all’impressionante rally del debito irlandese, contribuendo alla percezione che l’ammaccata tigre celtica sia una storia di successo anche all’uscita dalla crisi. Ma questo giudizio pare ancora piuttosto affrettato.

Mentre i mercati sembrano storcere il naso di fronte alle nuove misure pro-Grecia, giudicandole insufficienti e/o ancora indeterminate (cioè con un elevato execution risk, come direbbero quelli che sanno l’inglese), la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha fatto due conti sull’evento epocale della compartecipazione dei privati ai sacrifici sul debito greco, ed avrebbe scoperto che le banche tedesche pagheranno circa 1 miliardo di euro, per effetto delle decisioni di giovedì, mentre per quelle francesi il cartellino del prezzo sarebbe di circa 1,5 miliardi. Nel complesso, nulla che gli accantonamenti a rischi non possano sostenere.

di Mario Seminerio – Libertiamo

Nel pomeriggio di venerdì 6 maggio, un lancio dello Spiegel Online ha causato il panico sui mercati finanziari, europei e non solo, già reduci da una settimana di forti ribassi delle materie prime. Il giornale segnalava la convocazione di un meeting straordinario tra ministri delle Finanze della zona euro per affrontare la minaccia della Grecia di uscire dall’euro. Tentiamo di decodificare i segnali, e di capire cosa potrà accadere ora.