No, non è la Royal Mail

Oggi in aula per il voto di fiducia, il premier Enrico Letta ha annunciato una operazione di finta privatizzazione (che infatti nessuno chiama e chiamerà in termini così desueti) relativa a Poste Italiane, il nuovo player con le ali della finanza decotta italiana. Epperò la strada non è quella.

Letta ha dichiarato:

«Il prossimo anno nel secondo tempo del processo di dismissioni, che non riguarderà quote di controllo, studieremo con l’azienda e con i sindacati l’apertura di capitale di Poste e di altre aziende e la partecipazione dei lavoratori all’azionariato, permettendo loro rappresentanza negli organi societari» (Radiocor)

A parte l’abituale “secondo tempo”, che in questo paese si ripresenta decine di volte ogni legislatura, la traduzione dovrebbe voler dire che di Poste Italiane sarà quotato il classico 30% o giù di lì. E dell’azienda resterà irrisolto il solito nodo dei sussidi incrociati tra attività di recapito e Bancoposta/Poste Vita, immaginiamo. Il tutto dichiarando convintamente che non saranno privatizzazioni (e ci mancherebbe, nell’era della solidarietà francescana contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo), che le “risorse fresche” dei privati saranno utili allo sviluppo delle imprese, e che non si faranno dismissioni per fare cassa. Amen.

Chissà, forse nel cda delle non-privatizzate Poste siederà qualcuno che potrà eccepire di fronte ai 75 milioni di euro buttati nell’altoforno delle lisergiche sinergie con Alitalia. Quello che conta è il solito lip service alla leggendaria cogestione “alla tedesca”, quella che da sempre fa luccicare gli occhioni di Cisl e Uil. Ed infatti la reazione del vero dominus di Poste Italiane, Raffaele Bonanni, non si è fatta attendere, e ha prodotto questa dichiarazione piuttosto impervia, almeno sul piano linguistico:

«Mi sembra una buona cosa, è un’istanza che noi abbiamo lanciato da molto tempo. E’ una nostra richiesta rivedere elementi di governance e di partecipazione dei lavoratori al controllo delle imprese. E’ la nostra richiesta dare le azioni ai lavoratori, cosa che significa vendere alcune azioni del mercato finanziario e questo però può andar bene se c’è un contro bilanciamento con le azioni dei lavoratori» [sic] (Ansa)

Diciamo che c’è un effettivo passo avanti, visto che oggi la Cisl controlla Poste Italiane “a gratis” in quello che appare un classico processo di privatizzazione all’italiana, e domani magari si troverà a fare i conti con problemi di redditività insufficiente e richieste di ricapitalizzazioni. Ma non portiamoci troppo avanti. Gli esempi che abbiamo davanti sono altri, ma vengono da un paese troppo avvezzo a forme di capitalismo assai brutale per noi italiani. Meglio ripiegare sulla rassicurante narrativa dell’azionariato dei lavoratori. Gli utenti-consumatori possono attendere, e comunque non faremo cassa. Sperando almeno di non incenerire quella esistente.

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