Macromonitor – 2/3/2014

Settimana di rialzi per azioni ed obbligazioni, sulla spinta di nuovi massimi storici segnati dal mercato azionario statunitense, e malgrado la comparsa di nuovi elementi di incertezza e rischio potenziale, sia economico che geopolitico.

Sul mercato dei titoli di stato, i rendimenti dei decennali di Stati Uniti, Eurozona e Regno Unito sono tutti calati intorno ai 5-7 punti-base in settimana. Il quadro macroeconomico resta poco chiaro, rispetto allo scenario di consenso. Negli Stati Uniti il neo-presidente della Fed, Janet Yellen, nel corso della sua prima audizione congressuale, ha preso atto dell’indebolimento degli ultimi dati macroeconomici (che tende ad essere posto in relazione alle avverse condizioni climatiche), ma ha anche precisato che la Fed continuerà il tapering, a meno di un deterioramento delle previsioni di medio termine. La Commissione europea ha aggiornato le previsioni per l’output gap dell’Eurozona, cioè la distanza che separa il sistema economico da condizioni di pieno impiego, e ciò non ha modificato in modo sostanziale il quadro preesistente, malgrado la disinflazione in atto. Ciò pare indicare la fiducia sulla transitorietà di questo fenomeno; una interpretazione che tuttavia convince sempre meno il mercato, come mostrano i dati delle curve forward di inflazione. La stima flash dell’indice dei prezzi al consumo di febbraio ha evidenziato una sorpresa al rialzo, con un dato headline allo 0,8% contro attese per uno 0,7%, con la rilevante eccezione italiana, ove tale dato scende allo 0,5%, a causa di ribassi dei prezzi di alimentari ed energia.

Sul mercato azionario, in settimana nuovo massimo storico per l’indice S&P 500. La reporting season del quarto trimestre è quasi completata, con circa due terzi delle società statunitensi che hanno battuto le stime di consenso sugli utili per azione, con sorprese positive medie di circa il 2%. In Europa la reporting season è stata molto meno positiva, con una maggioranza di società che hanno mancato le stime iniziali di utili per azione con sorprese negative medie di circa il 4%. Oltre metà delle società hanno inoltre mancato le stime di fatturato, con un calo medio dell’1%. Malgrado ciò, l’azionario europeo da inizio anno ha fatto lievemente meglio di quello statunitense. Ciò è probabilmente dovuto a persistenti aspettative di ripresa economica europea, tali da giustificare la ripresa di utili e fatturato. L’azionario emergente continua a fare peggio di quello sviluppato, malgrado il rimbalzo delle valute nel mese di febbraio.

Sul mercato delle obbligazioni a spread, ancora una settimana positiva per il comparto High Yield, con rendimenti degli indici che negli Stati Uniti si trovano circa un punto percentuale sotto il precedente minimo storico ma spread che sono più larghi di circa 50 punti-base rispetto ai minimi storici toccati durante l’espansione del 2004-2006. La presenza di tassi di default ancora ai minimi storici induce a mantenere le posizioni lunghe sul comparto.

Sul mercato valutario, il dollaro entra nel mese di marzo meno forte di quanto le notizie provenienti dal resto del mondo potrebbero suggerire, con l’indebolimento dello yuan per mano della banca centrale cinese, o le forti tensioni in Ucraina, Venezuela e Turchia. Nel mese di febbraio, il dollaro si è indebolito contro la media delle divise emergenti, per motivazioni legate soprattutto a dati economici statunitensi più deboli (non è ancora chiaro se per motivi climatici, fondamentali o entrambi). In base al consenso, il dollaro dovrebbe tornare a rafforzarsi contro le valute emergenti, perché queste ultime continuano a sperimentare deflussi di portafoglio e vedranno con ogni probabilità una serie di sorprese negative sulla revisione dei dati di crescita, conseguenza di politiche monetarie divenute in media restrittive dopo l’annuncio del tapering della Fed. Visti gli andamenti caratteristici di mercato, in cui si tende a considerare “colpevoli” tutti gli appartenenti ad una data asset class durante le fasi di avversione al rischio, è probabile che la debolezza si estenda anche a quei paesi emergenti che hanno fondamentali migliori e pochi o nessun problema di deficit delle partite correnti.

La Cina resta un’area di generazione di effetti sistemici: si pensi al recente indebolimento del cambio dello yuan, sia onshore che offshore, che appare pilotato dalla banca centrale e che resta di difficile lettura esterna. Secondo alcuni, tale movimento sarebbe “solo” il frutto del tentativo di togliere al mercato il convincimento che lo yuan possa solo rafforzarsi, e che quindi strategie di carry trade siano l’equivalente di un “pasto gratis”. Secondo altri osservatori, più pessimisti, l’indebolimento della divisa cinese sarebbe invece effetto di crescenti problemi nella struttura finanziaria del paese, con una crisi di credito che starebbe emergendo in modo minaccioso e richiederebbe quindi l’abbandono della strategia di riequilibrio del modello economico, a vantaggio della domanda interna rispetto alle esportazioni. Se quest’ultima fosse l’interpretazione corretta, la conseguenza sarebbe un forte aumento di volatilità per mercati ed economie reali, a partire dall’Asia e successivamente trasmesso al resto del mondo.

In settimana, materie prime più deboli, dopo un mese di recuperi, guidate al ribasso dall’energia, che sconta il rientro verso le medie stagionali delle temperature negli Stati Uniti.

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