Irpef, Irap e grembo di Giove

In attesa del D-Day di domani, ferve il dibattito su quale delle due tasse sia meglio tagliare: Irap o Irpef? Ci sono pro e contro, iniziano pure ad emergere alcuni numeri da simulazioni, ma la verità è che ci sono tali e tante variabili in gioco da rendere l’esercizio di divinazione poco più che un passatempo.

Prendiamo lo sgravio Irpef: in linea del tutto teorica, concentrarlo solo sugli scaglioni di reddito inferiori dovrebbe avere il maggior potenziale espansivo, visto che in quegli scaglioni la propensione al consumo tende ad essere molto elevata. In realtà l’impulso espansivo potrebbe venire fortemente depotenziato dalla necessità dei beneficiari di ripagare eventuali debiti, contratti proprio per effetto delle condizioni di forte vincolo sulla propria liquidità; oppure potrebbe essere assorbito dalla ristrutturazione e ridimensionamento del sistema di welfare, con riduzione delle aree di esenzione nella fruizione di prestazioni sociali. Vi è l’altra obiezione, più “macro”, secondo la quale l’effetto espansivo su produzioni nazionali sarebbe smorzato dalla “tracimazione” di circa un terzo della domanda a favore delle importazioni. In questo senso, la propagazione dell’impulso espansivo all’economia nazionale sarebbe ridotta. Noi aggiungeremmo anche una variabile più soft, quella relativa all’incertezza, che spinge i nuclei familiari ad aumentare la quota di risparmio precauzionale. Anche in questo caso avremmo la strozzatura dell’impulso espansivo.

Per contro il taglio Irap servirebbe a ridurre il costo del lavoro per le imprese. Il beneficio per il sistema economico dipenderebbe dalla reazione delle imprese medesime: se lo sconto venisse interamente (ed immediatamente) traslato in minori prezzi di vendita, ciò si tradurrebbe in un beneficio sia per le imprese vocate all’export che per quelle operanti sul mercato domestico. Le imprese potrebbero tuttavia trasformare in maggiori margini tale sconto, per ricostituire flussi di cassa magari finalizzati al servizio del debito. In tal caso non ci sarebbe beneficio a livello di sistema, e l’impulso verrebbe smorzato in misura più o meno rilevante. Più in generale, per entrambe le proposte, occorre evitare ragionamenti meccanicistici sullo sviluppo di occupazione legato agli sgravi. Il sistema è talmente stressato (in media), che in una fase iniziale di aumento dei livelli di attività la possibile risposta sarebbe il ricorso agli straordinari o il riassorbimento di eventuali situazioni di cig.

Questi sono tutti effetti di breve termine, naturalmente. Giova essere consapevoli che non si inventa nulla, e che anche altri paesi stanno dibattendo più o meno furiosamente sugli stessi temi. Nella mitologica Spagna, ad esempio, la commissione incaricata di riformare il sistema fiscale pare orientata a raccomandare la più classica delle operazioni di svalutazione interna con finalità pro-export: aumentare l’Iva per ridurre il costo del lavoro (qui il frastuono di proposte). Non si inventa nulla, ovviamente, ma ribadiamo che se il maggior gettito finisce a colmare buchi, il beneficio non arriva. A meno che non si appartenga alla schiera di paesi così fortunati da poter rinviare sine die il raggiungimento degli obiettivi fiscali, come pare essere la Spagna, che dovrebbe aver chiuso il 2013 con un deficit-Pil al 6,7% contro l’obiettivo (più e più volte accomodato con la Ue) di un 6,5%.

Applicato all’Italia, un simile deficit aggiuntivo equivarrebbe a circa 50 miliardi di euro. Siamo sempre in attesa che prestigiosi economisti prendano atto che si tratta di uno stimolo di assoluto rilievo, nell’economia del “miracolo” spagnolo.

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