Di azzeccagarbugli, stampanti e falliti

Per quanti tra voi si dilettano di antropologia (o di satira), oggi vi segnaliamo un editoriale (o qualcosa del genere) di Magdi Cristiano Allam su Il Giornale, che ci illustra come sia possibile coniugare la tipica figura italiana dell’azzeccagarbugli con l’altra nostra caratteristica culturale e quasi genetica (curiosamente anche in nostri connazionali acquisiti), cioè a fare i finti tonti e vedere se la cosa può avere un paio di gambe. O forse è solo ignoranza, chissà.

La soluzione ai nostri guai, sostiene Allam, è contenuta nel famigerato articolo 123 del TFEU, il Trattato di Funzionamento della Ue. In esso, secondo Allam,

«Scopriamo che il governo italiano può tranquillamente creare una banca statale con cui finanziarsi al minor tasso d’interesse. La banca statale può accedere al prestito da parte della Banca centrale europea, anch’essa banca privata di diritto pubblico, al tasso dello 0,25% accordato alle banche commerciali, per poi prestarlo allo Stato a un tasso anche dell’1% rispetto alla media del 4% con cui lo Stato s’indebita con le banche commerciali»

Davvero? Ma non è meraviglioso, tutto ciò? Peccato che, a leggere l’articolo 123, emerga una realtà lievemente differente. E cioè che, fermo restando il divieto di finanziamento monetario del debito pubblico, gli istituti di credito di proprietà pubblica non devono essere discriminati rispetto a quelli privati nell’accesso al finanziamento della Bce. Ma se una banca a controllo pubblico finanziasse il nostro Tesoro a tassi fuori mercato ricadremmo nella monetizzazione del deficit pubblico, e quella banca ricadrebbe a sua volta nella tipologia lata di “pubblica amministrazione” di cui parla il primo comma dell’articolo 123 del Trattato di Lisbona.

Questa tendenza tutta italiana a leggersi le norme à la carte, rispettandone (forse) la lettera per poi tentare di scardinarne la forma è caratteristica e tipica del dissesto, materiale e mentale, di questo paese. Se Allam voleva mandare un messaggio politico, e non fare ampio sfoggio della sua crassa ignoranza in materia, poteva chiamare le cose col loro nome e dire: “usciamo dall’euro e monetizziamo il deficit pubblico, per stampare la nostra felicità”. Tutto il resto è ipocrisia.

Perché questo è il punto da precisare: Allam non chiede una forma di easing quantitativo come quello attuato dalla Fed o da altre banche centrali, in cui si ha acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario (cioè già emessi) ed il governo coinvolto ha l’impegno formale a ripagare quel debito a tassi “di mercato”, anche se il tutto si risolverà in una partita di giro. No, Allam vuole che lo stato faccia deficit e la banca centrale lo finanzi, direttamente, cioè sul mercato primario. Esattamente come in Argentina e Venezuela:

«(…) fino al 1981 il debito era una semplice partita di giro tra il Tesoro e la Banca d’Italia, che riacquistava i titoli invenduti ad un tasso inferiore a quello dell’inflazione. Con una banca pubblica che presterebbe denaro allo Stato al tasso dell’1% anziché del 4%, considerando che debito pubblico è di 2mila miliardi, significherebbe arrivare a pagare interessi per 20 miliardi invece di 85 miliardi. Noi il suggerimento a Renzi l’abbiamo dato»

Beh si, il suggerimento a Renzi l’abbiamo dato. La cosa che non ci quadra è perché Allam sia così inutilmente draconiano ed antipatriottico, ipotizzando tassi d’interesse di monetizzazione all’1%. Perché non farlo a zero, o con tasso negativo? In questo caso avremmo inventato la stampante perfetta ed il moto perpetuo e vivremmo tutti felici e contenti, no?

Il problema di queste “argomentazioni” è che tolgono dignità ad altre, ben più serie, circa le disfunzionalità dell’euro in una unione monetaria e non fiscale. E finiscono invariabilmente a riproporre la macchietta italiana (pur se naturalizzata) del venditore di Colossei ai turisti. Che poi, piccolo dettaglio, sono i propri connazionali. Pinocchio non poteva che essere una creatura dell’italico suolo, a ben vedere.

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