Effetto Serra e cinegiornali Luce

All’incrocio tra il ricco filone di correlation doesn’t imply causation e la variante del virus di cui si parlava, oggi merita segnalare la mini-intervista a Repubblica di Davide Serra, il money manager del fondo Algebris che ormai da anni è grande tifoso di Matteo Renzi. Le sue parole segnalano che nel nostro paese è in atto un boom di capitali in ingresso. E segnalano pure che Renzi ha poteri, come dire?, transnazionali.

Serra, assieme ad altri trenta manager ed imprenditori italiani attivi nel Regno Unito, ha incontrato Renzi in occasione della trasferta londinese del premier. Il gestore italiano è entusiasta di Renzi, sente che questa volta siamo alla vigilia di un cambiamento epocale:

«La differenza con i suoi predecessori è enorme. Ho fatto tanti incontri simili con i premier italiani. Siamo sempre usciti con la sensazione che non sarebbe cambiato nulla. Matteo è diverso, non è un trombone come quelli che sono passati di qui negli ultimi 20 anni»

La domanda sorge spontanea:

Le promesse le fanno tutti. Cosa ha di più l’ex sindaco?
«Il progetto di riforme a tutto campo. Una velocità che qui non avevamo mai visto. Per investire in Italia gli operatori hanno bisogno della certezza che le cose cambieranno davvero, nella burocrazia, nella digitalizzazione, nel mercato del lavoro. Già oggi i flussi di denaro dimostrano che nell’Italia è riposta una fiducia nuova. Tre anni fa invece quando proponevi di mettere un pó di soldi nel nostro Paese ti ridevano in faccia. Eravamo i baluba del mondo. Peggio della Nigeria»

Con ordine. Non sappiamo a quali “flussi di denaro” si riferisca Serra. Se sono quelli di investimento diretto estero, che di solito sono pubblicati con ampio ritardo per evidenti motivi, significa che il money manager ha connessioni importanti ed insospettabili, e sarebbe carino da parte sua fornire qualche numeretto a corredo. Se invece parliamo di andamento dei mercati, segnatamente dello spread, è utile ricordare cosa hanno fatto altri grandi euro-malati, Spagna e Portogallo.

Il 3 febbraio, pochi giorni prima dell’avvento di Renzi a Palazzo Chigi, lo spread del governativo decennale italiano contro il corrispondente titolo tedesco era a 213 punti-base: stamane era a 171. Nello stesso arco temporale, lo spread spagnolo è passato da 210 a 167: quello portoghese da 337 a 240 punti-base.

Pare quindi che, negli ultimi due mesi, la periferia dell’Eurozona abbia goduto del vasto interesse degli investitori internazionali, sia sul mercato dei titoli di stato che su quello azionario, segnatamente sulle banche. Forse questo interesse deriva dalla speranza (o da qualcosa di più) che l’Eurozona sia prossima alla ripresa, pur se flebile, e che la ripulitura dei bilanci delle banche, propedeutica alla asset quality review della Bce, possa in qualche modo mitigare il credit crunch e porre le basi per il rafforzamento della crescita.

Oppure c’è la spiegazione alternativa: quella di Serra, immaginiamo: che l’avvento di Renzi abbia prodotto una tale scossa alla psicologia economica dell’Eurozona da trasmettersi anche agli altri paesi periferici e sofferenti. Potrebbe essere così, in effetti. E quanto alle scansioni temporali, osserviamo una lieve discrasia nel pensiero di Serra. Se i premier italiani degli ultimi vent’anni erano tromboni imbalsamati, com’è che “fino a tre anni fa” ti ridevano in faccia, se proponevi di investire nella Penisola?

Non sottilizziamo, comunque: dalla chimica con Obama al timore reverenziale inflitto alla Troika, alla scossa agli investitori internazionali, abbiamo in squadra il Messia. Facciamocene una ragione.

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