Usciam, usciamo

Solo una piccola e lieve segnalazione senza velleità polemiche (perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa) per un post, scritto da un docente di storia economica dell’Università di Verona sulle prescrizioni di policy successive all’eventuale uscita dall’euro del nostro paese.

Sostiene dunque il professor Sergio Noto che l’eventuale uscita dall’euro non causerebbe inflazione se contestualmente ad essa venissero applicate forti misure di risanamento strutturale dell’economia italiana, “come nel 1923-1926”. Ora, a parte l’esempio storico, ed a parte il fatto che manteniamo forti dubbi circa la possibilità che il recupero di sovranità monetaria in questo paese possa essere declinato in riforme strutturali, inclusa l’apertura di molti mercati protetti (che guarda caso sono pure quelli non esposti a concorrenza internazionale), c’è un punto delle prescrizioni di Noto che lascia piuttosto perplessi:

Un’eventuale rivalutazione della lira (nuova) nei confronti dell’euro, che riassegni all’economia italiana una posizione più consona, apprezzando la lira (nuova) nei confronti dell’euro rispetto al cambio originario lira (vecchia) euro (almeno + 20%); tale operazione potrebbe essere fatta in concomitanza con l’assestamento di un forte vincolo anti-inflativo, quale potrebbe essere ad esempio quello di legare la nuova lira all’oro o di assumere precisi impegni antinflazionistici da parte della Banca d’Italia. Ci sarebbe da tirare la cinghia (perché gli errori sono stati fatti e non si distribuiscono pasti gratuiti), ma almeno saremmo padroni a casa nostra e il futuro, roseo o negativo che fosse, tornerebbe nelle nostre mani.

Ora, giochiamo a capirci: questa prescrizione pare suggerire che alla Nuova Lira servirebbe una rivalutazione a prescindere dai fondamentali, cioè dalla ristrutturazione competitiva. La prescrizione di legare la Nuova Lira all’oro è poi psichedelica: cioè, noi usciamo da un cambio fisso che ha sinora operato come l’imitazione del Gold Standard solo per andare ad impiccarci al Gold Standard originale? E’ questo il modo per essere padroni a casa nostra? Per avere cambio forte, almeno in una fase iniziale, che precederebbe un collasso di proporzioni argentine (ed oltre), dovremmo tenere alle stelle i tassi sulla nuova moneta. Visto che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro per recuperare competitività, quale è la modalità più rapida per farlo, dovendo scegliere tra una gigantesca e futuribile ristrutturazione dell’economia italiana ed un deprezzamento pressoché immediato del cambio reale? Non ci si crede.

Visto che la logica ha preso un sabbatico, proseguiamo:

«Con una nuova lira forte si otterrebbe il triplice scopo di risanare l’economia italiana, aumentare il potere di acquisto dei cittadini e ridurre il debito pubblico, che andrebbe convertito in titoli di debito pubblico di nuova emissione meno redditizi, ma più solidi. Certamente ci potrebbero essere alcune conseguenze negative sull’export (che diventerebbe meno agevole per l’aumento reale del costo del lavoro) e per i rischi che una mancata ristrutturazione dell’economia italiana non faccia partire quella crescita, principale fattore di sostegno dell’incremento di reddito reale degli italiani. Ma usciremmo dalla palude e il Paese acquisirebbe fiducia»

Dunque: abbiamo una lira forte, cioè sopravvalutata (per il modo in cui Noto costruisce la sua politica economica), ed il potere d’acquisto dei cittadini aumenta. Tradotto: importeremmo di tutto e di più, mandando a pallino la bilancia commerciale. Se poi i mercati ci dessero pure retta, facendo affluire capitali in un paese ad alto rendimento, avremmo pure un boom del credito ed una bella bolla immobiliare e di consumi. Eppure, un paese così forte dovrebbe comunque fare default, secondo Noto, convertendo lo stock di debito pubblico in nuovi titoli, “meno redditizi ma più solidi”. Scusi, professore, ma la “solidità” da dove uscirebbe, in questo scenario? Da una economia competitiva ed esportatrice (ma anche no, perché finiremmo ad avere un cambio ferocemente sopravvalutato) o da alti tassi d’interesse, che nel caso di specie non sarebbero indice di solidità ma solo di un abile tentativo di suicidio del paese, che finirebbe in un successo, cioè con un crack?

Queste sembrano ricette copiate di peso da quelle adottate da Domingo Cavallo per portare alla rovina l’Argentina. Anche qui pare di cogliere una certa aria di famiglia, dopo tutto. Ma di una famiglia disastrata.

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