L’iniquo ed il candido, una storia italiana di sinistra

Una piccola spigolatura sull’aumento della tassazione delle “rendite finanziarie pure”, deciso dalla premiata ditta Renzi-Delrio-Padoan, e sin qui costellato di funambolici giustificazioni(smi), in primo luogo quello secondo cui con questa manovra si fornirebbe copertura (finanziaria ma soprattutto politica ed ideologica) al concetto di “tassazione della ricchezza finanziaria”, ovviamente non toccando le persone fisiche che possiedono titoli di stato. Oggi diamo un occhio anche alla tassazione della forma suprema di sterco del demonio, il dividendo.

La norma fiscale italiana, sulla tassazione dei dividendi erogati da società residenti, discrimina tra partecipazioni qualificate e non qualificate al capitale d’impresa. In caso di società quotata, è qualificata la partecipazione che supera il 2% dei diritti di voto in assemblea ordinaria, oppure che supera il possesso del 5% del capitale sociale. In caso di società non quotata, si considera qualificata la partecipazione che eccede il 20% dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria oppure il 25% del capitale sociale o del patrimonio.

Ora, immaginate la distribuzione di dividendi a due persone fisiche: la prima è riferita a partecipazione non qualificata, la seconda è qualificata. La prima è quindi soggetta a ritenuta d’imposta del 26%; nella seconda, invece, il dividendo viene tassato ad aliquota marginale Irpef, ma solo per il 49,72% di quanto erogato. Sapendo che oggi l’aliquota Irpef minima è al 23% e quella massima al 43%, con un complesso algoritmo scopriamo che il dividendo erogato a persona fisica socio qualificato potrà essere tassato da un minimo dell’11,43% ad un massimo del 21,38%.

Quindi, per riassumere: se siete titolare di una partecipazione qualificata in società di capitali e da essa ottenete dividendi, pagherete comunque meno (anche molto meno) che se siete un piccolo azionista che prende dividendi su un centinaio di azioni Generali, o su azioni Enel od Eni che magari avete comprato in occasione delle precedenti “privatizzazioni”. Discorso analogo per la prossima “privatizzazione” di Poste Italiane. Ovviamente, questo è un chiaro caso di equità, perché (come noto) i pensionati ed i nuovi working poor sono soliti possedere partecipazioni qualificate in società di capitali (nota per i progressisti: questa è sarcastica, mi raccomando).

E del resto, che l’esenzione dei titoli di stato dall’aliquota del 26% per i nettisti risponda a precise esigenze equitative, lo conferma anche Pier Carlo Padoan, rispondendo a Claudio Cerasa e Marco Valerio Lo Prete del Foglio, ieri:

Il punto, secondo lui, è che in linea con tutte le best practice internazionali, “aumentiamo le imposte sui guadagni della ricchezza finanziaria e le togliamo a chi crea lavoro. E’ il modo più indolore in termini di crescita per ottenere gettito fiscale”. Sarà Ma lasciare soltanto la tassazione dei Bot al 12,5 per cento, e aggravare di molto la pressione fiscale effettiva su investimenti che spesso non sono da finanziere spericolato, sa di “repressione finanziaria”, un tentativo dello stato di far convergere tutti i risparmi privati sul proprio debito. Padoan sul punto s’irrigidisce, insiste sul fatto che le tasse servono a “riallocare”, e dice che in condizioni debitorie come le nostre, “con tassi d’interesse tornati così bassi, non potevamo permetterci di alzare la tassazione anche sui titoli di stato”

Beh, si, con tassi così bassi non potevamo certo permetterci di alzare la tassazione sui titoli di stato. L’equità è servita. Che poi, i titoli di stato mica sono ricchezza finanziaria; vero, ministro?

Chiamate questa manovra come preferite, anche Pippo o Peppa. Ma non chiamatela equità. Altrimenti saremo costretti a chiamarvi treccartari. O anche in altro modo. Perché siete di sinistra, della sinistra italiana: non si può pretendere che capiate come funziona il principio di equità nell’imposizione fiscale.

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