Macromonitor – 27/4/2014

In settimana, mercati azionari sostanzialmente invariati ma a causa soprattutto dei vistosi ribassi di venerdì, frutto di nuovi timori per la situazione ucraina e di andamento non brillante degli utili statunitensi per alcune società. Dati macro negativi per gli emergenti.

Nell’ambito dei mercati obbligazionari, prosegue la robusta domanda per emissioni a maggior rendimento, malgrado il fatto che in molti paesi si sia ormai giunti a minimi storici di rendimento e che, riguardo soprattutto le obbligazioni societarie, la ripresa sia vecchia di un quinquennio. La situazione si mantiene tale grazie a condizioni di volatilità che restano molto contenute, ma che non resteranno indefinitamente tali. Il catalizzatore di inversione della tendenza, e di rottura del paradigma, resta sempre la normalizzazione delle condizioni monetarie, cioè la rimozione di quel “tasso zero” che ha reso e rende appetibili tutti gli investimenti con rendimento positivo. Il consenso continua a vedere il primo rialzo della Fed nella seconda metà del prossimo anno, vista la persistenza di capacità in eccesso nel sistema economico ed una inflazione che resta sotto l’obiettivo. Le motivazioni per un rialzo precoce possono anche essere ricondotte al rischio di instabilità finanziaria (cioè di bolle) che tassi così bassi tendono a produrre. Da questa discrasia, tra bassa inflazione “tradizionale” ed inflazione degli attivi, nascono i dilemmi di politica monetaria ed i nervosismi dei mercati, che peraltro scrutano i focolai locali di crisi geopolitica, per capire se e quando diverranno globali.

Sui mercati dei titoli di stato, rendimenti in calo tra 3 e 7 punti base sui decennali dei paesi sviluppati più sicuri (Stati Uniti, Germania, Regno Unito). I dati economici sono risultati particolarmente positivi, soprattutto in Eurozona, ma le continue tensioni in Ucraina condizionano i mercati. Dagli accordi di Ginevra della settimana scorsa vi sono stati scarsi o nulli progressi, nuove violenze nelle regioni orientali ucraine e crescente probabilità di nuove sanzioni contro la Russia. In Eurozona, gli indici dei direttori acquisti sono risultati migliori delle attese, sia per la manifattura che nei servizi, ed alcune case d’investimento stanno rivedendo al rialzo le stime di crescita della regione per il secondo semestre di quest’anno e per l’anno prossimo. Queste revisioni al rialzo della crescita implicano la riduzione della probabilità di nuove azioni della Bce.

Sui mercati azionari, anche questa settimana (dopo la precedente) ha visto un andamento dei paesi emergenti peggiore di quello dei paesi sviluppati, in apparenza a conferma del fatto che il rally dei primi delle ultime settimane potesse essere riconducibile soprattutto a ricoperture. La ripresa dell’azionario dell’Eurozona, giustificata sul piano fondamentale dai dati pubblicati, è messa a rischio dalla crisi ucraina. La Germania è il paese più vulnerabile a tale crisi, data la sua ampia quota di export in Est Europa e Russia, pari a circa un quinto del totale. La Germania è notoriamente anche il maggior acquirente di gas russo (per quasi un terzo delle sue forniture). Negli Stati Uniti, la reporting season procede in media in modo positivo, malgrado il nervosismo abbia portato a forti penalizzazioni per alcuni nomi molto conosciuti al grande pubblico, come Amazon, che paga margini estremamente sottili in presenza di continua forte espansione degli investimenti, combinazione che rende nervoso il mercato.

In settimana, materie prime in flessione di circa mezzo punto percentuale in dollari, guidate al ribasso dall’energia a seguito del costante aumento di scorte di greggio negli Stati Uniti. Anche a seguito di ciò, il differenziale di prezzo tra il WTI ed il Brent si è allargato a 9 dollari al barile.

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