Sindrome fiscale di Stoccolma

Giorni addietro vi abbiamo segnalato lo sconcio dell’anticipazione al 2014 dell’intera imposta sui beni d’impresa rivalutati, originariamente prevista in tre esercizi. Con l’occasione, avevamo anche invitato il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, a prendere posizione contro questa oscena disposizione. Zanetti aveva cortesemente risposto alla sollecitazione, con spunti non di circostanza. Nei giorni successivi erano poi giunti i rilievi critici dei tecnici della commissione Bilancio del Senato al decreto Irpef, centrati su analoga disposizione anticipatoria del pagamento d’imposte relative alle plusvalenze (cartacee, al momento) delle banche sulle quote Bankitalia. Oggi Zanetti ha preso un’iniziativa.

Scrive oggi Zanetti in una nota:

«L’anticipazione per intero a giugno 2014 del pagamento dell’imposta sostitutiva sulle rivalutazioni dei beni delle imprese, inizialmente prevista in tre rate annuali, non è decisamente un bel vedere. Lavorerò perché, durante l’iter di conversione del Dl Irpef, il Mef dia parere favorevole quanto meno alla possibilità di frazionare il pagamento senza interessi o maggiorazioni in tre rate il 16 giugno, 16 settembre e 16 dicembre 2014. Non vedo perché, nel confermare la competenza di cassa 2014, non si possa venire incontro alle imprese con il minimo del minimo sindacale della flessibilità e della programmazione»

Diciamola tutta: si tratta realmente del “minimo del minimo sindacale”. Una correzione del genere non avrebbe impatti sul bilancio di cassa 2014 e sarebbe un pannicello caldo per le imprese coinvolte. Siamo in trepida attesa della risposta, che in caso di esito negativo sarebbe la prova provata che siamo governati da un gruppo di hooligan fiscali.

Forse converrebbe tornare brevemente sulle parole dei tecnici del Senato, sepolte dall’ottusa propaganda governativa dopo essere state bollate di gombloddo di odiati privilegiati che sarebbero minacciati di estinzione per mano della gloriosa RRR (Rivoluzione Redistributiva Renzista). Il problema è che, con questo modo becero di argomentare, si getta il bambino con l’acqua sporca. Di certo, difendere le banche oggi, in questo paese, è assai poco pop, anche quando le medesime vengono massacrate con patologici maxi acconti Ires, che peraltro non fanno che scavare buchi nei conti pubblici dell’anno successivo. Anzi, più si inasprisce questa vessazione, che fa carta straccia della certezza della norma fiscale, e più la dozzinale propaganda “rivoluzionaria” renzista ha speranze di portare a casa voti de sinistra (ma anche di destra sociale) alle prossime europee.

Malgrado ciò il tema resta, e pesa come un macigno: siamo tutti sudditi fiscali, in questo paese? Mentre infuria il populismo antievasione fiscale, che ci regalerà la dissociazione bipolare di assalti agli untori-evasori (anche quando tali non sono) e contemporaneamente di bruciare in piazza il logo di Equitalia, rea di eseguire disposizioni altrui, conviene meditare sulle parole dei “gufi” tecnici del Senato, quando paventano la

(…) lesione del principio dell’affidamento legittimo del contribuente alla certezza dell’ordinamento giuridico

Questo è un principio di strettissima rilevanza costituzionale, e qualcuno dovrebbe impugnarlo nella sua sede naturale. Non critichiamo Zanetti, che si muove entro un sentiero strettissimo, ma “soluzioni” come la sua rischiano di produrre una sorta di equivalente fiscale della Sindrome di Stoccolma, dove le vittime finiscono con l’essere riconoscenti allo stato-carceriere per il solo fatto di aver violato i loro diritti (quello di certezza della norma fiscale) ma “solo un pochino”. Quando azioni profondamente illiberali ed arbitrarie tentano di trovare giustificazione “ideologica” nel populismo, l’orizzonte si fa sempre più cupo.

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