L’erosione al potere

Lo aspettavamo con ansia ed alla fine è arrivato, puntuale come ogni levata d’ingegno in materia fiscale dei nostri sapienti eletti, in cui resta l’affascinante quesito se si tratti di insipienza o più propriamente di astuzia, quella che finisce per oliare la grande macchina dell’erosione delle basi imponibili.

Stiamo parlando della pioggia di emendamenti al dl Irpef, ora in discussione nelle commissioni Bilancio e Finanze del Senato. Sono poco meno di 800, di cui circa 135 provenienti dal Pd. Tra questi ultimi ve n’è uno, a firma proprio del presidente della commissione Finanze, Mauro Maria Marino, che propone di esentare dall’aumento dell’aliquota sostitutiva dal 20 al 26% i depositi e conti correnti aventi giacenza media non superiore a 25.000 euro. Pare si tratti della traduzione operativa del concetto, progressista e progressivo, di tutela delle fasce “deboli” della popolazione.

Tutto bene, quindi? Anche no. Intanto, vorremmo capire se questa soglia vale cumulativamente per tutti i rapporti bancari di un contribuente, o solo per singolo istituto bancario. Nel secondo caso potremmo avere contribuenti “deboli” che dispongono di una decina di rapporti da 25.000 euro l’uno, voi capite la debolezza. Pare davvero impossibile arrivare a capire che, per evitare distorsioni e frammentazioni di vario tipo, serve una aliquota unica su tutti i tipi di reddito di capitale o, in subordine, una riforma che porti gli stessi in dichiarazione dei redditi con franchigia a tutela del piccolo risparmio?

In alternativa, usando le potenti armi dell’informatica, si potrebbe fare come la Spagna (sempre della serie “facciamo come”), cioè sommare tutti i redditi di capitale ed applicare aliquote differenziate di imposta sostitutiva, dopo i primi x euro guadagnati. In Spagna, infatti, l’imposta sostitutiva su plusvalenze e redditi di capitale è del 19% sui primi 6.000 euro di reddito (che con rendimenti del 2% annuo si ottengono da un capitale di 300.000 euro), e sale al 21% per la parte eccedente i 6.000 euro. In tal modo, si realizza progressività pur restando nel contesto di imposte sostitutive.

Ma torniamo ai nostri baldi ed equi legislatori per sottoporvi una intrigante casistica. Ipotizziamo che, facendo ennesimo sfoggio di ignoranza da tribuni della plebe, si postuli che i “poveri” e “deboli” utilizzino come forma di risparmio il conto corrente, che di conseguenza non dovrebbe subire aumenti di imposizione, mentre i riccastri si affidino ai depositi vincolati e pertanto debbano essere lasciati fuori dalla caritatevole iniziativa volta ad alleviarne le pene fiscali. Che accadrebbe, in quel caso? Che le banche inizierebbero a remunerare i conti correnti come fossero i conti di deposito, o meglio quella parte di conti correnti che verrebbe “segregata” e sottoposta al vincolo di deposito a tempo. Ci sarebbe una bella transumanza da uno strumento all’altro, per sfruttare l’arbitraggio fiscale, ed il governo finirebbe col subire una pesantissima erosione del gettito previsto con la manovra “redistributiva”.

Questa è solo una ipotesi di scuola, ovviamente, ma serve a tentare di farvi capire che gli agenti economici reagiscono ad incentivi e sanzioni, in altri termini che la natura umana tende ad essere fiscalmente elusiva, con buona pace dei moralismi da bar che ammorbano le nostre esistenze, e di conseguenza misure fiscali razionali devono caratterizzarsi per condizioni di applicazione davvero erga omnes, senza eccezioni. Diversamente, ed essendo noi una Repubblica democratica fondata su pensiero magico ed eccezione alla regola, saremo sempre al giochino di coperture che svaniscono in corso d’opera, quando non sono inesistenti già in avvio di partita.

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