Macromonitor – 29/6/2014

Settimana di correzioni per azionario ed obbligazionario a spread, mentre il dato finale del Pil statunitense del primo trimestre viene corretto in una ulteriore forte contrazione. Recuperi per i titoli di stato.

Il dato finale di Pil statunitense del primo trimestre (meno 2,9% annualizzato), per quanto impressionante, appare superato dagli eventi e dalla crescita vista nei dati successivi, oltre che dalla assenza di un chiaro elemento di debolezza dell’economia che non sia l’utilizzo di nuove serie storiche per i consumi sanitari, l’ulteriore decumulo di scorte o il risultato peggiore delle attese del commercio estero. Pertanto l’evento, pur se impressionante per magnitudine, tende ad essere contestualizzato come ennesima conferma di una ripresa piuttosto esangue rispetto alla normale storica. Al momento, il consenso conferma una crescita globale alla velocità di crociera del 3%, mentre non si vede traccia di rialzi dei tassi ufficiali d’interesse in Europa e Giappone per molti anni a venire. Per Regno Unito e Stati Uniti si prevede invece l’inizio di un ciclo di rialzo dei tassi ufficiali nel corso del 2015. Gli investitori restano positivi sull’azionario, tendendo ad ignorare o comunque lasciare sullo sfondo il rischio che pressioni disinflazionistiche esercitino una erosione degli utili, o comunque impediscano la loro crescita, come sta accadendo in Europa. Gli emergenti tendono a tornare interessanti, malgrado fondamentali non particolarmente brillanti e l’incertezza per la normalizzazione delle condizioni monetarie negli Stati Uniti, grazie a valutazioni fondamentali ridimensionate e ad un ambiente macroeconomico che resta a bassa volatilità

In settimana, sul mercato dei titoli di stato, rendimenti in flessione media di una decina di punti base, anche per effetto della vistosa revisione al ribasso del Pil statunitense del primo trimestre (dal consenso di -1,8% annualizzato a -2,9%). L’evento viene considerato transitorio, ed il consenso conferma una crescita al 3% annualizzato per il secondo trimestre. In Eurozona, dopo la forte compressione degli spread periferici indotta dal miglioramento del quadro macro, dalla riduzione del rischio politico comunitario e dall’azione della Bce si attende l’avvio in settembre delle operazioni TLTRO che, secondo il consenso, dovrebbero ulteriormente comprimere gli spread.

Sui mercati azionari si è registrato un ribasso settimanale guidato dall’Europa, su cui hanno pesato sia il dato sugli indici dei direttori acquisti, in decelerazione ed ai minimi da sei mesi, che le notizie di azioni legali a danno delle banche (ultima in ordine di tempo la vicenda dell’inchiesta del procuratore distrettuale di New York sul presunto comportamento scorretto di Barclays sui dark pools, che ha esercitato un “effetto alone” sul settore delle banche globali). Negli Stati Uniti la reporting season del secondo trimestre è ormai alle porte.

Sui mercati delle obbligazioni a spread, la settimana ha visto una ulteriore lieve compressione degli spread. Il tema dell’anno sembra essere la ripresa dell’attività di fusioni ed acquisizioni, guidate soprattutto da aziende statunitensi che puntano a rafforzare una crescita organica di fatturato ed utili piuttosto modesta, oltre a trarre beneficio dalla legislazione fiscale statunitense, in casi estremi anche trasferendo all’estero la sede fiscale della società (tax inversion). Questa tendenza potrebbe consentire di discriminare sui nomi degli emittenti e sul loro merito di credito basandosi su indizi di propensione ad attuare operazioni di fusione ed acquisizione (elevati saldi liquidi detenuti fuori dagli Usa, ad esempio). In Europa, si conferma il consenso a favore del settore bancario periferico derivante dall’azione della Bce.

Sul mercato dei cambi, considerando che i rendimenti reali (cioè nominali al netto dell’inflazione, attuale ed attesa) sono una determinante dei movimenti valutari, è possibile compiere alcune valutazioni qualitative con riferimento alle situazioni dei singoli paesi. Negli Stati Uniti stiamo assistendo ad una risalita dell’inflazione a cui si contrappone al momento la stabilità dei rendimenti nominali. A parità di ogni altra condizione ciò tende a deprimere il corso del dollaro ma rappresenta anche un equilibrio molto precario, perché al momento esiste una forte divergenza tra il percorso di rialzo dei tassi prefigurato dal mercato e quello immaginato dalla Fed, molto più ripido. Se il mercato si adeguasse alle previsioni della Fed assisteremmo ad un rialzo sensibile dei rendimenti di mercato sulla parte a breve e brevissimo termine della curva dei rendimenti, con conseguente rialzo dei rendimenti reali e pressione rialzista sul dollaro. In Regno Unito, la percezione che la Bank of England sia divenuta più ansiosa di avviare la normalizzazione dei tassi si coniuga con un andamento ancora cedente dell’inflazione: ciò determina rendimenti reali in ascesa e supporta la forza della sterlina.

In settimana, materie prime in flessione di circa l’1%, con la ripresa dei metalli base compensata dal calo di petrolio ed agricoltura. Il dato relativo all’indice dei direttori acquisti di imprese manifatturiere cinesi ha contribuito a sostenere i prezzi del rame.

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