Macromonitor – 31/8/2014

Altra settimana di massimi storici per l’azionario statunitense e di flessioni dei rendimenti obbligazionari in tutto il mondo. Dopo settimane di cedimenti, torna una lieve pressione rialzista sul greggio.

Continua quindi la divaricazione tra andamento delle borse, a ridosso dei massimi e comunque (Eurozona) apparentemente indifferente a sequenze di notizie negative che un tempo avrebbero richiesto un pesante pedaggio, e quello dei rendimenti obbligazionari, che continuano ad essere cedenti. Se in Eurozona ciò è giustificato da nuove attese per un salto di livello della politica monetaria della Bce, con approdo ad un vero e proprio easing quantitativo, negli Stati Uniti infuria invece il dibattito su quando la Fed avvierà la normalizzazione dei tassi ufficiali. I mercati sembrano scommettere che tale evento disti ancora all’incirca un anno, e che il rialzo avverrà secondo quanto implicito nei tassi forward correnti, senza quindi causare particolari danni.

Molto dipenderà dalla capacità dell’economia statunitense di reggere un robusto passo di crescita, superiore a quel 3% che appare la velocità massima compatibile con assenza di surriscaldamento ma che ogni semestre viene rinviato a quello successivo, per molteplici motivi, interni ed internazionali (conflitti regionali, Cina, Giappone, Eurozona, ecc.), suscitando quindi un ampio dibattito sulle cause (congiunturali o strutturali) di tale anomala ripresa, che tuttavia è da ricondurre a (ed è compatibile con) le determinanti caratteristiche di un post crisi finanziaria, e non di una semplice recessione.

Sui mercati dei titoli di stato, il presidente della Bce, Mario Draghi, da Jackson Hole ha inviato un messaggio molto conciliante ai mercati, segnalando la sua accresciuta preoccupazione per l’andamento cedente dell’inflazione in Eurozona, suffragato anche da misure di aspettative di mercato in tal senso, oltre che dall’indebolimento della crescita. Di conseguenza, sui mercati si è fatta strada la previsione per la prossima settimana di un ulteriore taglio ai tassi chiave della Bce, quello (già negativo per lo 0,1%) sui depositi e quello di rifinanziamento, oggi allo 0,15%. In quest’ultimo caso, la mossa servirebbe per avviare le operazioni di TLTRO con un tasso ulteriormente ridotto, stimolandone quindi il tiraggio da parte delle banche. Sullo sfondo, la probabilità di passaggio della Bce ad un easing quantitativo esplicito e “tradizionale” pare essere aumentata per il fine anno o per inizio del prossimo, subordinatamente all’ulteriore deterioramento del quadro congiunturale su crescita e prezzi.

Sui mercati azionari, in settimana l’indice S&P 500 ha chiuso sopra quota 2000 per la prima volta nella sua storia. I dati economici che indicano una crescita inferiore alla soglia del 3%, i rendimenti obbligazionari cedenti ed il buon andamento degli utili continuano ad alimentare la spinta rialzista del mercato. In Europa, l’escalation del conflitto tra Russia ed Ucraina sta invece danneggiando i mercati, erodendo la fiducia ed aumentando i rischi economici per un’area già molto debole.

Sul mercato dei cambi, il messaggio di Draghi a Jackson Hole ha acceso i riflettori ribassisti sull’euro, con l’aumento della probabilità di nuovi tagli ai tassi ufficiali ma anche di easing quantitativo vero e proprio.

In settimana, materie prime in rialzo di circa l’1% in dollari, guidate dal recupero dei prezzi dell’energia, mentre metalli base ed agricoltura hanno segnato lievi ribassi. L’ulteriore deterioramento della crisi russo-ucraina ha sostenuto i prezzi di gas e petrolio, malgrado l’aumento di scorte segnalato dagli Stati Uniti. I prezzi del rame, pur con alta volatilità, stanno recuperando dallo scorso marzo, dopo il calo dei livelli di scorte, anche se al momento i segnali di indebolimento della domanda sembrano moltiplicarsi.

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