Argentina, stampanti fuori controllo

Ultime notizie dalla tipografia più surriscaldata del pianeta. Nel mese di agosto, gli aggregati monetari argentini sono letteralmente esplosi, in conseguenza della perdurante monetizzazione del deficit fiscale da parte della banca centrale. Un esperimento affascinante, non c’è che dire.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla banca centrale argentina, nelle prime tre settimane di agosto la base monetaria è cresciuta del 6,7% rispetto alla fine di luglio, quando tuttavia era cresciuta solo dello 0,3% sul mese precedente. Alla base di questa crescita c’è essenzialmente la monetizzazione del deficit pubblico da parte della banca centrale.

Nel mese di luglio le operazioni di sottoscrizione di debito pubblico da parte della banca centrale erano risultate molto contenute, pari all’equivalente di 1,4 miliardi di dollari e completamente sterilizzate attraverso l’emissione di debito della banca centrale. In agosto l’importo è aumentato di circa il 30% ma l’istituto argentino di emissione, nel tentativo di calmierare la stretta monetaria, ha abbassato i tassi sul proprio debito (che restano comunque inferiori all’inflazione, e non sarebbe proprio il caso, in un paese dalla congiuntura come quella argentina), e ciò ha ridotto il livello di assorbimento da parte del mercato, risultando in una minore sterilizzazione. Nei primi otto mesi del 2014 il volume dei prestiti erogati dalla banca centrale al governo argentino è risultato doppio rispetto allo stesso periodo del 2013.

La sequenza, semplificando, è questa: il governo argentino non può/non vuole attuare la necessaria stretta fiscale necessaria a togliere il paese dalla follia populista in cui si è cacciato, perché una stretta fiscale sarebbe causa di moti di piazza (esempio da manuale di popolazione a cui non è possibile fare un discorso adulto). Se l’Argentina avesse accesso ai mercati internazionali dei capitali, potrebbe cercare di finanziare tramite i medesimi questo deficit. Ovviamente, ciò avverrebbe a tassi crescenti causa rischio di credito sempre più alto, e con continuo deprezzamento del cambio. Probabilmente, ad un certo momento, il paese perderebbe l’accesso ai mercati, perché prestare ad entità che hanno inflazione intorno al 40% e che proprio non riescono a capire quando è necessario tirare il freno non è commendevole. Ma questi sono tutti ragionamenti teorici ed astratti, visto che questo accesso ai mercati globali non c’è e di conseguenza, tra scegliere di tirare il freno fiscale e continuare a raccontare fiabe al pueblo, si sceglie la seconda opzione.

Ma questo causa enormi e crescenti pressioni inflazionistiche, che spingono la popolazione a disfarsi dei pesos e tentare di tutelare il proprio potere d’acquisto cercando disperatamente dollari. Ma i dollari sono sempre più rari, come noto, a causa della perdita di competitività del paese e delle fughe di capitali. Ecco quindi il governo di Buenos Aires impegnato a restringere con ogni mezzo la domanda di dollari, e l’ovvio sviluppo di un florido mercato nero dei dollari (il cosiddetto dolàr blue), con differenziale rispetto al cambio ufficiale in costante allargamento.

C’è altro? Ah si: il governo ha intimato alle banche argentine di ridurre la quota di attivi investiti in dollari, dal 30% al 20% del patrimonio netto, ed ha aumentato il tetto di reddito necessario ai cittadini per poter acquistare una modica quantità di dollari al cambio ufficiale (presto tornerà il divieto). Per fortuna, come sempre si dice in questi casi, si attende con ansia e trepidazione la zia Cina, che dovrebbe entrare in un accordo di swap valutario con Buenos Aires per 11 miliardi di dollari. Almeno così dicono. Poiché la Cina non è una onlus, contrariamente a quanto credono molti terzomondisti confusi delle nostre parti, si attende di conoscere le condizioni a cui questo currency swap avverrà. Nel frattempo, pare che Pechino abbia chiesto a Buenos Aires di acquisire ampie superfici terriere nel sud dell’Argentina. Alla fine tutto ha un prezzo, nella vita, anche l’orgoglio sovrano.

E ovviamente è tutta colpa dei fondi avvoltoio, ça va sans dire.

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