Il barocco del Patriarca

(post tecnico, in un’epoca di propagandisti e mosche cocchiere)

Ancora sul nuovo-vecchio tormentone del Tfr in busta paga, e per integrare quanto già scritto,  tentiamo di analizzare il post di Stefano Patriarca, pubblicato il 30 settembre su lavoce.info, segnatamente sulla remunerazione per le banche che prestino alle imprese per mettere in busta paga il trattamento di fine rapporto. Patriarca, che quando ha scritto il post non sapeva ancora della proposta renziana di “usare i soldi di Draghi”, propone un tasso d’interesse che renderebbe neutrale l’operazione per le imprese. C’è un problema logico sottostante a questa impostazione, sfortunatamente.

Come si diceva nel precedente post sull’argomento, la questione verte sul tasso d’interesse che le banche dovrebbero applicare a questi prestiti. A nostro giudizio, anche utilizzando il funding a prezzo stracciato della Bce, le banche dovrebbero comunque valutare il rischio di credito dell’impresa richiedente. Visto che, nel 2013, il costo della rivalutazione del Tfr (sostenuto dalle imprese) è stato pari all’1,96% (e non al 2,25%, come invece scrive Patriarca nel post), e visto che quest’anno, causa deflazione, questo costo è destinato a calare ulteriormente, la domanda è la seguente: è possibile applicare un costo del credito alle imprese così contenuto? Secondo Patriarca è possibile, perché l’idea sarebbe quella di chiedere alle banche di praticare un tasso semplicemente pari alla rivalutazione del Tfr. Provate a seguire la costruzione:

Si tratta di traslare il credito (liquidazione futura) dei lavoratori nei confronti dell’impresa in un credito della banca nei confronti dell’impresa. Le imprese continuerebbero a fare l’accantonamento nel modo attualmente previsto (nel proprio bilancio, versandolo all’Inps o a un fondo di previdenza, secondo la normativa) e a pagare l’importo della liquidazione al momento della chiusura del rapporto di lavoro. La quota annuale al lavoratore che ne fa richiesta verrebbe erogata da un’istituzione finanziaria (banche o Cassa depositi e prestiti) che “anticiperebbe” ai lavoratori che ne facessero richiesta l’importo lordo del Tfr. Le imprese dovrebbero continuare, come oggi, ad accantonare in bilancio il Tfr con la rivalutazione dovuta per legge (tasso di interesse pari). Al momento della chiusura del rapporto di lavoro, l’impresa erogherebbe la liquidazione non al lavoratore (che già l’ha ricevuta) bensì all’istituto bancario che ha erogato l’anticipo e che avrebbe una remunerazione sul prestito pari al tasso di rivalutazione del Tfr all’1,5 per cento più lo 0,75 per cento dell’inflazione (oggi equivalente a 2,25 per cento), e tale costo dell’intermediazione bancaria (a carico dell’impresa) sarebbe esattamente quello che l’impresa già oggi sostiene per remunerare il Tfr. Per le banche il prestito sarebbe esente dal rischio di insolvenza del datore di lavoro, in quanto quel rischio è già coperto da un apposito fondo assicurativo presso l’Inps, alimentato con un contributo dello 0,2 per cento.

La debolezza di questa argomentazione risiede nella presunta garanzia fornita dalla presenza del fondo assicurativo. Si tratta del fondo, istituito con la l.297/82, avente lo scopo di sostituirsi al datore di lavoro, in caso di insolvenza di quest’ultimo, nel pagamento del Tfr e/o delle ultime tre mensilità ai lavoratori subordinati, cessati dal lavoro, o loro aventi diritto. Secondo Patriarca, quindi, questo fondo rappresenterebbe la garanzia per le banche creditrici, e ciò permetterebbe di chiedere alle banche medesime l’applicazione di un tasso pari a quello di rivalutazione del Tfr, evitando di rendere onerosa l’operazione per le imprese.

Ora, focalizzatevi sul concetto di “fondo assicurativo”: significa che il fondo è capiente solo se si verifica un numero “fisiologico” di insolvenze di aziende. In altri termini, quel fondo coprirebbe una minima parte dell’esposizione delle banche alle imprese che mettono il Tfr in busta paga. Immaginate che la misura sia già legge. Immaginate anche che la domanda di Tfr abbia due grandi determinanti: da un lato, i lavoratori che hanno bisogno di liquidità; dall’altro, i lavoratori di imprese in condizioni di fragilità, pre-crisi o crisi manifesta. Questi ultimi argomenterebbero una cosa del genere: è vero che esiste il fondo Inps di garanzia del Tfr, però per il momento io inizio a portare a casa quanto maturato dall’entrata in vigore della legge, e poi si vedrà.

Voi capite che, con queste premesse, il rischio che il fondo di garanzia Inps si trovi rapidamente incapiente (perché soggetto a selezione avversa) subirebbe un’impennata. E quindi, delle due l’una: o sarebbe necessario aumentare la contribuzione, per adeguarla al peggiorato profilo di rischio; oppure l’Inps (cioè lo stato) sarebbe costretto ad intervenire e ripianare le eventuali incapienze di quel fondo. Cioè, lo stato subirebbe la perdita. E’ strano che Patriarca ignori il rischio di selezione avversa, e non specifichi che per lo stato resterebbe comunque una contingent liability.

Ma soprattutto, se bisogna mettere in piedi una macchina del moto perpetuo del genere, in cui le banche sarebbero solo un conduit, perché non far fare tutto all’Inps, e smetterla con le finzioni? Attendiamo che qualcuno risponda nel merito di queste obiezioni. Intanto, sarebbe utile segnalare che ogni frase del tipo “mettiamo in busta paga cento euro, che sommati agli 80 euro fanno una bella dote”, è una purissima forma di malafede. Scoprite voi il motivo.

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