Giornalista, disobbedisci?

Un paio di riflessioni sull’obbligo di formazione per gli iscritti all’Ordine dei giornalisti (con la minuscola o con la maiuscola? Vai a saperlo), suscitate e stimolate da questo post di Simona Bonfante, che propone una forma di disobbedienza civile o professionale contro l’imposizione.

Pare di capire che Simona contesti in particolare l’obbligo di formazione a carico dei pubblicisti:

Ma un giornalista pubblicista che svolge la professione a cottimo, senza reti né tutele e talvolta senza neppure compenso, non può essere obbligato a formarsi, magari pure a proprie spese, per il solo obiettivo di restare iscritto ad un albo che già ora non garantisce alcuna redditività professionale, e che nel futuro promette di garantirne pure di meno. Anche un non-giornalista, oltretutto, può esercitare la professione di giornalista. Si può scrivere sui giornali e si possono pubblicare prodotti mediatici, anche se non si dispone di tesserino. Quale beneficio dà, dunque, l’appartenenza all’albo per un pubblicista?

Ottimo punto. Che mette in luce parte delle contraddizioni dell’esistenza dell’Ordine, delle sue regolamentazioni e, più in generale della “professione” giornalistica. Che non è affatto detto sia una professione. E’ certamente vero che chiunque può scrivere su una testata giornalistica senza essere iscritto alla corporazione. Quindi l’appartenenza all’Ordine, per un pubblicista-cottimista, non pare dare alcun beneficio. Anzi, impone degli oneri, come la quota associativa. Che viene richiesta annualmente a mezzo di lettera di Equitalia, provocando ogni volta al destinatario la tachicardia. Ed i contributi all’INPGI2, che non servono a nulla né mai verranno recuperati, ricongiungendoli ad altre forme obbligatorie di contribuzione.

Questa vicenda della formazione obbligatoria per tutti, professionisti e pubblicisti, da Scalfari a Bonfante (o Seminerio) è effettivamente curiosa, ma per le potenziali conseguenze destabilizzanti che potrebbe avere sull’Ordine. Basta riflettere: servono sessanta crediti formativi in un triennio (con minimo annuale di 15), almeno 15 di deontologia e non oltre 15 crediti conseguiti online. Ipotizzate che i pubblicisti-cottimisti (quelli che si trovano nelle condizioni di Simona o anche quelli che nella vita svolgono un’altra professione, che richiede tempo e risorse) non abbiano tempo e/o voglia di frequentare questi corsi. Pertanto, al termine del triennio 2014-2016, verranno sanzionati dall’Ordine. E come?

Se pensiamo alla sanzione definitiva della radiazione, questo determinerebbe la perdita di risorse finanziarie da parte dell’Ordine medesimo, sotto forma di quote associative e contributi previdenziali. Sommate questa dinamica al fatto che la professione giornalistica in Italia sta implodendo (come l’Italia medesima), e con essa la sua base contributiva, e giungerete alla conclusione che l’Ordine dei giornalisti è a sua volta ad alto rischio di collasso per asfissia finanziaria. Potrebbe essere una strategia per i liberali e per tutti quelli che detestano queste forme di irregimentazione professionale, a ben vedere: affamare la bestia sino a farla morire. Se le cose stanno così, c’è un modo più rapido per portare avanti questa missione: chiedere la propria cancellazione dall’Ordine. Visto che, nella vita di Simona e di tutti quelli che si trovano nelle sue condizioni, essere iscritti o meno è del tutto irrilevante.

Invece, per rispondere all’altra grande obiezione del post, relativa alla presunta inadeguatezza della formazione a supportare il reinserimento e/o la crescita professionale del giornalista, qui sono in parziale disaccordo con Simona. Il catalogo dei corsi è molto vasto, alcuni appaiono piuttosto interessanti ed utili per cultura generale e/o conoscenza di alcuni ambiti di realtà con cui prima o poi chiunque scriva (ovunque: testate giornalistiche o blog) dovrà misurarsi, se vuole farlo con un minimo di cognizione di causa. Ad esempio, nel catalogo di formazione ci sono workshop su come trattare i dati statistici a cui dovrebbero obbligatoriamente partecipare tutti i giornalisti ed i politici italiani, visto lo stellare tasso di analfabetismo che regna in materia. E visto che il numero di corsi gratuiti è fortemente aumentato, tutto quello che serve è ritagliarsi un po’ di tempo per partecipare, cosa che “avvantaggia” chi non ha un lavoro stabile. E comunque, penso che nessuno si attenda che i corsi di formazione servano ad “acquisire una qualifica professionale che abbia un mercato”, per chi non riesce a trovare stabilmente spazio in un settore che già di suo è agonizzante. Questa sarebbe realmente un’utopia o un eccesso di idealismo da welfare to work.

Avvertenza: quanto scritto sopra non rappresenta né configura una “difesa d’ufficio” dell’Ordine, sia chiaro. Soprattutto di un Ordine che produce cose del genere. Ma solo la constatazione che a volte si possono cogliere gli aspetti positivi anche da realtà e situazioni che appaiono irrimediabilmente disfunzionali.

Aggiornamento – su indicazione di Simona, notiamo che il catalogo corsi su Roma appare saldamente presidiato dalla Cgil, oltre che piuttosto esile. Diciamo quindi che gli iscritti all’Ordine della Lombardia sono più “fortunati”. Le opzioni non cambiano, però: prima la voce, poi l’uscita (dall’Ordine).

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