Okay, panic

Che accade quando una serie di dati macroeconomici mostra uniformità in senso di crescita deludente e nettamente inferiore alle stime di consenso, al culmine di una fase di mercato che ha gonfiato le valutazioni? Alcune cose, nessuna piacevole, nel breve.

Ad esempio, accade che il prezzo del greggio inizi a calare. Inizialmente i mercati non ci fanno troppo caso, ritenendolo rumore e non segnale. Poi accade che il maggior produttore del pianeta decida di tagliare i listini ufficiali, e che l’Agenzia Internazionale dell’Energia stimi un calo della domanda globale di greggio per il 2015; ed inizia il panico. Che giunge a correlare i prezzi del greggio agli indici azionari, ma non come ci si attenderebbe bensì al contrario.

E cioè che cali di prezzo sono visti come segno e conferma della debolezza della congiuntura globale, e non come fonte di una disinflazione/deflazione “buona”, di quelle che regalano potere d’acquisto ai consumatori. Poi accade che ci si domandi se l’Arabia Saudita non stia in realtà giocando a sbattere fuori mercato i produttori americani di shale oil, che hanno non lievi problemi. Tra cui si enumerano costi di estrazione non bassi e tassi di depletion dei pozzi che non di rado possono arrivare al 60% annuo, e che sono quindi condannati ad investire. Solo che questa ubriacatura di investimenti avviene in via prevalente con debito, visto che i flussi di autofinanziamento sono e restano nel complesso esili.

Ed ecco quindi che ci si preoccupa della possibilità che le obbligazioni High Yield (quelle ad alto rendimento e minor merito di credito degli emittenti) delle società petrolifere attive sullo shale possano saltare. E questo causa un contagio all’intera asset class degli HY, considerata “colpevole per associazione”, antico male dei mercati quando i nervi cedono. A questo si aggiunge (oggi) una tripletta di dati statunitensi pessimi, con vendite al dettaglio di settembre in calo, indice dell’attività manifatturiera della regione di NY in caduta libera ad ottobre, e prezzi alla produzione che fanno segnare una variazione prossima alla deflazione in settembre. La tempesta perfetta, che getta benzina sul fuoco di dati tedeschi del mese di agosto fortemente negativi per la manifattura tedesca. Bingo.

In questo contesto, come sempre e da sempre, i primi a soffrire sono gli asset più speculativi, quelli cosiddetti ad alto beta. Non stupisce, allora, che l’Italia paghi dazio, con rialzo dei rendimenti dei Btp e pesanti sottoperformance dell’azionario. Queste non sono situazioni inedite, ribadiamolo. Il sole continuerà a sorgere ad est, domattina. Ora c’è da attendere che il pessimismo leopardiano si scarichi completamente, come sempre avviene in questi casi. Tra poco leggerete di “chiamate margine”, di voci di intermediari in difficoltà, si moltiplicheranno le newsletter di guru del giorno dopo che vi diranno che moriremo tutti, di Ebola o di altro. L’umanità è psicologicamente pro-ciclica, come ben sappiamo.

L’unico problema è che, in questo momento storico, abbiamo poche munizioni, sia fiscali che monetarie, e questo rende il quadro decisamente più complesso. Ma forse anche questa è una visione psicologicamente viziata, oltre che ristretta, e che sottovaluta la creatività della specie umana e la sua capacità di adattamento. In caso, però, voi potete sempre chiedere di fermare il mondo, e di scendere, o invocare la Grande Palingenesi, quella dalle cui fiamme nascerà l’Uomo Nuovo.

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